— Non più una parola!... Ricordate voi quello che dovete fare per mio comando.... e non comparitemi più innanzi che per porgermi i documenti richiestivi della mia famiglia e per additarmi con certezza il luogo dov’è sepolta mia madre.

Matteo chinò la testa e rispose con voce che avreste detta soffocata dall’emozione:

— Il signor conte sarà obbedito; e spero che non mi rifiuterà l’onore e il favore di accompagnarlo io stesso alla tomba di... della sua signora madre.

Alfredo fece un legger cenno che poteva dirsi insieme d’assentimento, di saluto e di congedo; e passò senz’altro nella sua camera, per cambiarsi e riposarsi.

Il vecchio, lasciato solo nel salotto, stette un poco quasi sbalordito, non sapendo che farsi, in un’incertezza penosa procuratagli da mille contrarii pensieri, e paure, e disegni; poi si riscosse, cercò della governante e dell’aio che egli stesso aveva scelti con molta cura per metterli al fianco d’Alfredo, e che avevano quindi per lui deferenza e quasi sommessione, e, dato loro il suo ricapito, che era in una povera casa al fondo d’una viuzza deserta, si raccomandò perchè d’ogni cosa che facesse Alfredo o ch’ei giungessero a sapere ch’egli volesse fare, subito lo tenessero informato per un bigliettino, trattandosi di gravissimi pericoli che il giovane correva, e da cui egli solo avrebbe forse potuto salvarlo. Quand’ebbe ricevuta l’assicurazione che quei due avrebbero fatto a suo senno, Matteo Arpione uscì da quel palazzo, il capo chino, abbattuto dell’anima, affranto di corpo come se dopo qualche immane fatica sostenuta, quasi invecchiato di più anni.

E pensava fra sè: — pensiero pungente, doloroso che gli mordeva crudelmente il cuore:

— Ho voluto farlo nobile, generoso, entusiasta per tutto quello che v’ha di buono e di bello, ripugnante, odiatore di ogni bassezza, quanto esser possa uomo al mondo. Ci sono riuscito; e la sua virtù, la sua delicatezza di onorabilità lo fa inesorabile verso di me. Mi sono fatto ferire colla stessa arme che io gli ho posto tra mano!

Si recò sollecito alla stanzuccia dove aveva preso alloggio; colà era una vecchia, la padrona del quartiere, con cui avremo pure a fare di poi più precisa conoscenza, e la quale, dal modo di trattare verso l’Arpione, sembrava avere con esso antichi e piuttosto stretti rapporti e una dipendenza che pigliava certe sembianze di gratitudine. Matteo si chiuse in camera con questa vecchia e stettero insieme parlando, forse mezz’ora: poscia ella uscì e tornò con un calesse da nolo.

Matteo, che stava aspettando impazientemente, discese ratto, diede al cocchiere l’indirizzo d’un villaggio lontano circa otto miglia, disse alla vecchia: «a questa sera;» e partì.

XXXVIII.