Non ebbe gran tempo da aspettare: si udì nelle stanze vicine un suono di voci, un aprirsi d’usci, poi un passo frettoloso, ammortito dai tappeti; la porta si spalancò e Alfredo con impeto venne a gettarsi ai piedi della donna. Dietro di lui la governante fece un cenno leggerissimo cogli occhi alla padrona, come per riaffermarle che stesse tranquilla che gli ordini suoi sarebbero eseguiti a puntino, poi si allontanò discretamente, chiudendo con precauzione il battente dell’uscio.

XXXIX.

Zoe, nella sua così bene studiata e preparata messa da signora delle camelie all’ultimo atto — naturale come la verità, efficace come la menzogna dell’arte, — vedendo Alfredo gettò un grido di gioia, d’amore, di trasporto ineffabile, un’esplosione di sentimenti e d’affetti, sorse con impeto, levò le braccia — le maniche larghe ricadendo indietro le lasciarono nude — per gettarle al collo dell’amato garzone, accennò volere slanciarsi all’incontro di lui per andargli a cadere sul petto; ma le forze le mancarono e s’accasciò di nuovo con un gemito. Egli però fece a tempo a stringerla alla vita, a caderle in ginocchio ai piedi, mentre essa si abbandonava sul sofà, serrandogli al collo quelle belle braccia, premendosi sulla spalla, sul petto la testa di lui, precisamente come la prima donna al tenore della Traviata nel duetto finale.

Alfredo sentiva caldissimo quel seno su cui posava il suo capo, sentiva palpitare violentemente davvero il cuore di quella donna le cui braccia lo stringevano con tanta passione. Essere amato da quella creatura splendidamente leggiadra, possederla alla fine dopo tanti spasimi di desiderio, gli parve tutta la felicità della vita. Voleva parlare, ma le parole mancavano alla sua emozione; il sangue concitato gli faceva frastuono nelle orecchie, gli velava d’una nebbia infuocata la vista; le sue braccia strinsero quasi convulsivamente quel bel corpo pieghevole; il suo volto si levò in su avido, le labbra frementi con un sospiro, un gemito, quasi un singhiozzo.

Essa lo allontanò da sè con tutta la sua forza, alla distanza delle sue braccia così bianche, così carnose, così ben tornite; e mentr’egli non trovava parola, non trovava voce, quasi non trovava il respiro, essa parlò con accento sommesso, soffocato, commosso dal palpito, rotto dall’affanno — pieno di affetto.

— Alfredo! Alfredo!... quanto ho sofferto sai!.... Per te! Ho desiderato morire.

Il giovane la interruppe con un’esclamazione di calda protesta, quasi di spavento e di orrore.

— Sì, morire: — ripete la donna con più forza. — Tu mi eri mancato: la tua partenza, che supposi una fuga da me, mi fece piombare nella più amara disperazione. Ho creduto che tu mi abbandonavi, mi disprezzavi, e non volevo reggere a quest’ultimo dolore più crudele di tutti.

— Abbandonarti... no... Disprezzarti... no: — balbettava con voce mozzicata, scuotendo il capo, il giovane in cui cresceva sempre più la confusa agitazione della mente, dei sensi.

La maliarda continuava: