— Dopo la mia sventura ho respinto sempre ogni omaggio d’uomo: te lo giuro. Ho fatto di tutto per respingere anche il tuo, anche te, verso cui mi spingeva pure con tanta potenza il cuore. Mi dissi ch’io non era degna di te...
Alfredo mandò un’altra voce di protesta.
— Un istinto m’avvertiva che tu mi saresti fatale, o io a te... Dio mi è testimonio: non cedetti che a gran pena, dopo terribili lotte, al fascino che spira dalla tua persona, che irradia dal tuo amore, cui getta irresistibile la tua sull’anima mia... Ma però cedetti, a poco a poco, senza volerlo, senza accorgermene... finchè ero già vinta. Allora un sogno delizioso venne a tentarmi: il sogno del nostro amore diviso, assoluto, unico scopo e tesoro della nostra vita, gioito all’infuori e coll’oblio di tutto il mondo.... un sogno impossibile...
— No! — gridò Alfredo.
— Fui tanto debole da accarezzarlo meco stessa, questo sogno, da lusingarmene, da obliare per esso financo lo scopo che avevo assegnato alla mia vita, una vendetta che è sacrosanta.
— Oh sì! oh sì! — esclamò il giovane trasportato: — dimentichiamo tutto il mondo. Nulla ha da esister più per noi, fuori di noi, dell’amor nostro... Cercheremo una solitudine; quella che vuoi tu, dove vuoi tu, lontano lontano, anche nelle terre più remote, dove non giunga più neppure un’eco di questa esistenza in cui tu trovasti la sventura, dove nulla venga più a ricordarci un passato che per noi sarà come se non fosse stato mai.
Ed essa, con un abbandono appassionato, le sembianze illuminate da una fiamma che parea d’amor sublime, un crescendo abilissimo e pieno d’effetto del sentimento che animava le parole di lui, proruppe impetuosa, palpitante, fremente:
— T’amerei tanto! Saprei amarti tanto che tu non rimpiangeresti nulla di quel che avresti abbandonato in questo mondo fallace, che non ricorderesti più nulla...
E con parole sempre più concitate, con immagini sempre più vivaci, con aspetto e sguardi sempre più accesi, seppe evocare al pensiero del giovane un Eden d’amore sensuale, ma ineffabile, potente, delirante, di gioie supreme. Era un trasporto febbrile, era un entusiasmo di passione cacciato nel sangue, era un sogno d’ebbrezza quale ne procurano i filtri orientali. Ma quando Alfredo era più dominato da quella irresistibile ebbrezza; quando a lui meglio pareva, e in buona fede, che tutto, più che la vita, avrebbe dato, avrebbe dovuto dare per quella felicità da paradiso di Maometto; quando, ogni nervo, ogni fibra palpitante in lui, le sue braccia si tendevano a serrare quella bellezza di corpo in un amplesso di passione quasi furibonda; essa con forza inaspettata, con subita risoluzione riuscì a sciogliersi da lui, lo respinse con impeto che pareva di rabbia, di sgomento, di orrore, fu d’un balzo all’altra estremità della camera, e con voce vibrante, secca, risoluta, gridò:
— Impossibile! impossibile!.... Basta!.... Lasciatemi... Non culliamoci in una follia che tutto condanna.