La stagione carnevalesca al ducale teatro di Parma nell’inverno dall’anno 1853 all’anno 1854 era, come s’usa dire, brillantissima. Quell’odioso tirannello che fu Carlo III di Borbone credeva che potesse conferire a dare alla sua persona di piccolo principe alcuna maggior grandezza, al suo governo degno del pazzo Eliogabalo alcuna luce di splendido fasto, l’avere nel ricco teatro un sontuoso spettacolo d’opera e di ballo, con artisti di prim’ordine, con apparati scenici di costosa eleganza. A ristaurare il teatro e farlo più sfarzoso di ornamenti che qualunque altro, il bravo duca aveva speso oltre a un mezzo milione di lire; e ogni anno una vistosa somma era profusa a procurare su quelle scene spettacoli meravigliosi. È vero che tutti i denari occorrenti a siffatte spese venivano tolti con poco o nessun garbo dalla borsa dei sudditi; ma il principe trovava ciò naturalissimo, piacevole, affatto d’accordo colla sua profonda convinzione che il popolo, così felice da essere affidato al suo reggimento, fosse stato creato apposta per soddisfare in ogni modo i gusti, le passioni, i capricci, le avidità, le curiosità del principe.

La sera da cui comincia il nostro racconto era una delle ultime di carnevale. Il teatro era pienissimo: ad accrescere la folla degli spettatori concorreva la curiosità destata dal debutto di una nuova prima ballerina venuta a sostituire quella della stagione, ammalatasi; ne’ palchetti si vedevano le più giovani ed eleganti signore, sulle cui troppo nude bellezze faceva scorrere un cinico sguardo di conoscitore beffeggiante l’occhio vitreo del principe; sulla scena contendevano l’attenzione sovrana alle dee olimpiche delle loggie le procaci sguaiataggini delle ninfe del corpo di ballo, fatte venire quasi tutte da Milano, le quali ostentavano trionfalmente l’opulenza delle loro forme lombarde; in platea la massa scura degli umili spettatori — popolo e ceto medio — vigilata sospettosamente dagli occhi grifagni e dai baffi ispidi dei gendarmi.

Il principe sedeva al parapetto della loggia a destra del proscenio, al secondo ordine. Era vestito con abiti cittadineschi, ma sulla cravatta bianca spiccava il colore giallognolo del nastro del Toson d’oro; la sua testa piccola, piantata sopra un collo esile e lungo, come un ragazzo fa d’una mela in cima ad una bacchetta, si voltava irrequieta a guardare la densa platea, le dame, la scena, ad ascoltare le parole che si scambiavano i cortigiani che stavano con lui nella loggia. Di quando in quando prendeva parte anche lui al chiacchiericcio, e quasi sempre erano parole ciniche, invereconde, oscene che uscivano dalle sue labbra principesche, e riscuotevano l’onore di risa più sgangherate, più sguaiate delle solite, dal coro dei suoi seguaci.

Erano quasi tutti giovani, i quali, per darsi l’aria di bravura militare, ostentavano il piglio prepotente; che avevano innanzi al duca, cui s’erano fatti servi, un sorriso da cortigiano, delle mosse da cane fidato, delle umiltà da vigliacco adulatore, e se ne ricattavano colla più oltraggiosa insolenza verso la debolezza dei comuni cittadini. Un solo vi si vedeva d’età matura: una faccia strana, che pareva una curiosa combinazione ben riuscita del muso della faina col grugno del porco; alle guancie magre ed asciutte, magre e lunghe fedine d’una barba rossiccia brizzolata; la fronte stretta, fuggente all’indietro, si confondeva col cranio calvo, bernoccoluto, grandemente sviluppato nella parte posteriore del capo, dove stava ancora una corona di capelli scarmigliati rossicci e brizzolati come la barba. Era un inglese, già cozzone di stalla, già fantino di corse di cavalli, poi amico e confidente del duca padre, a cui aveva fatto trovare denari nelle più pressanti strettezze, confidente ed amico del duca figlio, a cui sapeva sempre suggerire nuovi pretesti e nuove maniere per ispremere nuovi balzelli ai sudditi. Carlo III lo trattava come un lacchè e gli aveva dato titolo e stipendio di ministro, gli dava del tu e lo copriva d’ingiurie, lo minacciava, com’era suo uso, collo scudiscio e lo lasciava rubare tranquillamente nei redditi dello Stato. L’inglese parlava poco, guardava raramente in faccia alla gente; osava dire alle volte al duca certe verità ch’egli non avrebbe tollerate da nessun altro. I cortigiani l’odiavano, lo disprezzavano anche, ma lo adulavano pure perchè lo temevano.

La moglie del duca non era in teatro. Maria Luisa di Borbone, figliuola di quel duca di Berry che fu ucciso di coltello alla porta del teatro dell’Opera di Parigi, compariva raramente in pubblico insieme col marito; pareva, mercè la sua riservatezza e il suo distacco dal duca, volere allontanare da sè la responsabilità della condotta del principe e condannare essa stessa quella condotta veramente indegna. Erano troppo palesi a tutti e sfacciatamente resi tali i torti che le veniva facendo il duca come marito; sapevano tutti quanto pochi riguardi egli avesse per lei anche come gentiluomo; e gli addetti a Corte susurravano come quel villano coronato, in certi momenti di collera, avesse perfino posto in oblio ciò che si deve alla debolezza del sesso gentile e trasceso a mali trattamenti da bifolco ubbriaco. Del resto ancorchè ella fosse stata presente, Carlo di Borbone non ne avrebbe presa la menoma soggezione per frenare la sfacciataggine dei suoi sguardi e dei suoi cenni d’ammicco alle ballerine, alle corifee, alle più o men facili bellezze del palco e della sala, e la laidezza de’ suoi discorsi degni di lupanare. A un punto osservò che un movimento d’attenzione erasi prodotto nella platea e nelle loggie che aveva di faccia e che quest’attenzione era rivolta ad un palchetto del terzo ordine così vicino al proscenio che egli per quanto si sporgesse in fuori non potè scorgere chi fosse ad occuparlo. Vide solo uno svolazzo di trine e di sete che rivelavano la persona d’una donna e di certo elegante; e dalla insistenza con cui si fissavano a quel punto i cannocchiali dei giovani, comprese che quella doveva essere eziandio una donna più che mediocremente bella.

Si volse al vecchio inglese che stava in un angolo del palchetto, taciturno, gli occhi socchiusi, nella mossa d’un gatto in riposo, che non vede nessuna preda all’arrivo degli artigli.

— Tommaso, — gli disse, — va subito, guarda, informati e torna presto, sapendomi dire senza errore chi sia la quaglia che appuntano con tanta intensità i cannocchiali di tutti quegli sciocchi.

L’inglese si alzò, mandò una voce sommessa che pareva un grugnito, ed uscì sollecito: cinque minuti dopo compariva, in un palchetto del terz’ordine che trovavasi dalla parte opposta a quello dove era il duca; nel qual palchetto stava solo, con aria fin allora di svogliato e di annoiato, un bel giovane che non mostrava e non aveva in verità più di venti anni.

— Ah! ah! — ghignò il duca, — il nostro furbo Tommaso è andato ad esaminare il nemico da una buonissima posizione, dalla loggia di quella pudibonda verginella vestita da uomo che è il Camporolle.

I cortigiani scoppiarono dalle risa, come se avessero udita la più spiritosa facezia.