Il colonnello di gendarmeria obbedì colla umile sollecitudine d’un domestico.
Quando Zoe udì l’ambasciata di cui era apportatore il conte Anviti, e con una ratta occhiata ebbe veduto il volto irritato del duca, non potè nascondere un guizzo di gioia nelle sue accese pupille; si verificava quello che essa aveva previsto e che stava attendendo da un momento all’altro.
Alfredo rimase un po’ turbato; e incerto, confuso, non seppe a tutta prima che cosa rispondere, che cosa fare.
— Oh vada, vada subito, caro conte: — disse con mostra di grande interessamento la scellerata donna: — il duca non è di quelli che si possano far aspettare.
Il giovane s’alzò di mala voglia e tese quasi timidamente la mano alla baronessa. Questa glie la strinse forte e soggiunse con accento di supplichevole raccomandazione:
— E badi ad esser calmo e prudente... Il duca è un po’ impetuoso, certe volte ha la parola un po’ vivace, potrebbe lasciarsi sfuggire qualche espressione meno misurata! Non ne faccia caso, non se ne adonti....
Il conte di Camporolle lasciò la mano della donna, s’inchinò e disse freddamente:
— Farò quel che mi consiglieranno il mio decoro e la mia coscienza.
Appena uscito Alfredo, la baronessa si volse al colonnello Anviti col più lusinghiero sorriso di questo mondo.
— S’accomodi costì in faccia a me.... al posto che occupava il conte di Camporolle. O che le rincrescerebbe farmi compagnia per cinque minuti?