I cortigiani risero.

Alfredo sentì un gelo corrergli per la spina dorsale, poi per tutti i nervi; capì di essere diventato più bianco di un cadavere; le pupille erano volte a terra come trattevi da un peso che non potessero sollevare: quasi gli mancava il respiro.

Questo timoroso e umile di lui contegno diede ansa maggiore all’impertinenza del duca e allo sguaiato buon umore de’ cagnotti di lui.

— Ma Lei, nel trasporto del suo indomabile valore — continuava il Borbone, — ha dimenticato una cosa; che disobbediva a me, a me che avevo proibito che quel duello avesse luogo, e che a Noi, signor conte, a Noi non si disubbidisce impunemente.

Aveva smesso il ghigno beffardo e il suo piccolo volto da mela cercava darsi un’aria terribile corrugando le sopracciglia; i parassiti che l’attorniavano pigliarono per istantaneo riflesso un aspetto severo e burbero.

Il giovane non seppe trovar parola, soffriva, malediceva a sè stesso; avrebbe dato dieci anni di vita per essere capace a rintuzzare quella principesca insolenza.

— Dovrei farle gustare un poco di fortezza, — proseguiva il duca; — ma sono troppo buono e mi decido a farle grazia quando Ella mi domandi debitamente perdono...

Tacque un momento, guardando sempre a quel modo Alfredo, come aspettandone la risposta. Il giovane capì pure che era necessario parlare: tentò, ma la bocca era arida come per febbre, la lingua attaccata al palato; aprì le labbra e non ne uscì una voce.

— E così? — riprese dopo un poco il duca, tornando alla beffa insultante. — Attendo di udire la sua bella voce... O che avrebbe perduto la favella?... Le si deve dire come ai bambini quando sono stati cattivi: il gatto ti ha portato via la lingua?

La stupidità adulatrice dei cortigiani scoppiò in una sghignazzata.