Alfredo fece uno sforzo: le orecchie gli zufolavano; aveva una dolorosa confusione in capo e una grave oppressione nel petto.

Il suo sforzo non riuscì che a fargli pronunciare con voce appena intelligibile una sola parola:

— Altezza!...

— Oh oh! — gridò con quel tono di scherno il principe: — un automa perfezionato!... Parla! Non c’è più che da vederlo muovere. Suvvia, giudichiamo se è bene articolato e se il meccanismo giuoca bene. Bisogna inginocchiarsi qui, ai nostri piedi.

Il conte di Camporolle, nella confusione del suo cervello, credette non aver capito bene, e ripetè quasi balbettando:

— Inginocchiarsi?

— Appunto! Sissignore. Per domandare debitamente perdono a un principe offeso, è il meno che si possa fare.

Ad Alfredo parve che tutto gli girasse intorno; fece forza a star saldo sulle gambe che gli si piegavano sotto, e con voce semispenta, ma pure abbastanza chiara, disse:

— Io sono gentiluomo e non sono suo suddito.

Il duca rifece gli occhioni di poc’anzi, sorse di scatto in piedi e camminò per due passi verso il malcapitato. Tutti gli astanti espressero sulle loro fisonomie da parassiti di Corte, la più grande indignazione, il massimo orrore per la temerità di quello sciagurato.