— Ah! tu sei gentiluomo! — gridò il duca con uno scoppio della sua voce squarrata che s’udì per tutto il teatro. — Insolente! Non sei che un paltoniere appetto a un Borbone come sono io... Non sei mio suddito?.. Qui comando io, io solo per tua norma, e chiunque vive nei miei Stati ha da star sottomesso ai miei voleri, alla mia autorità, ai miei ordini... Hai capito?... T’ho detto d’inginocchiarti a’ nostri piedi; e lo farai, dovessi farti abbassare a forza da due dei miei robusti gendarmi... In ginocchio! Subito!... Per Dio!

E fece ancora un altro passo verso il giovane, col braccio levato, quasi volesse percuoterlo.

Alfredo si ritrasse vivamente indietro; le gambe mal lo reggevano, barcollò; una mano, non seppe mai bene di chi, la mano di uno di quegli uomini che vilmente ghignavano alla sua umiliazione, gli si posò pesantemente sulla spalla e lo spinse giù; il giovine si trovò con un ginocchio a terra.

— Va bene! — disse sprezzosamente il Borbone. — Mi basta. Lasciatelo andare.

E senza curarsi altrimenti più del conte, tornò trionfante al palchetto a squadrar le ballerine.

Il Camporolle rimase lì, per un momento, che a lui tornò lunghissimo, annientato; gli parve che qualche gran cosa gli fosse crollata d’attorno, che un terribile disastro gli era capitato, di cui nella presente confusione non sapeva rendersi ben conto; nel capo aveva un immenso rumore che era come il complesso, la quintessenza di tutti i fischi, di tutti gli urli che aveva udito strepitare poc’anzi e che ora veniva a insultarlo, a sferzarlo, ad avvilirlo lui. Sorse in piedi proprio automaticamente: gettò intorno un’occhiata quasi da pazzo, travide fra una nebbia che gli offuscava lo sguardo il duca che già gli voltava le spalle, i volti ghignanti de’ cagnotti, e al di là dell’inquadratura della loggia, una regione tutta luce in cui gli parve udir suonare un’immensa risata di scherno — per lui. Se avesse avuto in quel punto un’arma, si sarebbe precipitato su coloro che aveva dinanzi, primo il duca, e avrebbe colpito e colpito e non cessato di colpire finchè tutti fossero caduti, o lui stesso. Si morse il pugno, mandò una specie di ruggito soffocato, scappò.

Corse via come impazzito, pei corridoi, giù delle scale, fuori del teatro, senza pensare a prendere il pastrano, senza veder nulla, senza accorgersi di nulla: — nemmeno che un uomo avvolto in un mantello, con apparenza di popolano, che pareva stesse aspettando alla porta del teatro, gli si pose dietro e non cessò di seguitarlo.

Il tumulto nell’anima e nella mente di Alfredo era dolorosissimo e immenso. Mille risoluzioni feroci facevano ressa nel suo cervello: voleva sfidare a duello mortale tutti i presenti a quella scena: ma e il principe? Come vendicarsene? Aspettarlo in qualche pubblico luogo e volargli addosso e schiaffeggiarlo; e perchè non trafiggerlo?... Sì, insultarlo con uno schiaffo, collo sputargli sul viso, e poi piantargli un pugnale nel cuore. Gli pareva a quel punto, che avrebbe avuto la forza e l’audacia di far l’uno e l’altro. Poi se la prendeva con sè stesso. Si era regolato da stupido, da inetto, da vile! Aveva vantata la sua qualità di gentiluomo. No, che non s’era mostrato tale; un gentiluomo avrebbe sofferto tutto quello? Pensò a suo padre di cui l’Arpione gli aveva detto sì nobile l’animo. Che cosa avrebbe fatto suo padre se posto in quel caso? Che avrebbe detto se avesse saputo così pusillanime il figlio? Ah! bisognava ad ogni modo vendicarsi, vendicarsi, vendicarsi; questo gli pareva ora lo scopo principale a lui assegnato. Aveva ragione la Zoe che da tanto tempo proseguiva su quello scellerato di principe una sua vendetta. Ma egli non voleva aspettare tanto. Tutta Parma al domani... che! quella stessa sera, avrebbe saputo l’insulto; tutta Parma doveva poco dopo apprendere la sua vendetta.

La freschezza dell’aria notturna non aveva calmato l’agitazione del suo spirito, ma ne aveva raffreddato il sangue e intirizzite le membra. Uscito dal caldo ambiente del teatro, senza riparo alla temperatura d’una notte piuttosto fredda, Alfredo si sentì a un punto cogliere da brividi; per fortuna aveva tuttavia in mano il cappello e potè almanco ricoprirsi il capo fra le cui lunghe chiome bionde soffiava il vento ghiacciato. Si abbottonò il soprabito, scosso da un tremolìo che pareva di febbre e si guardò d’intorno trasognato, mal sapendo in qual punto della città si trovasse. Le gambe lo avevano portato sotto le finestre del quartiere abitato dalla Zoe. La strada era scura, dai vetri dell’appartamento della baronessa non veniva neppure un filo di luce: invece dalla casa di faccia una finestra illuminata mandava fuori un fascio di raggi rossigni. Era la modesta cameretta dove lavorava, vegliando e attendendo, una povera madre di famiglia, la moglie di Pietro Carri. Attendeva essa il ritorno del marito, e doveva attenderlo invano tutta una notte di spasimante inquietudine.

Alfredo pensò di salire in casa della Zoe, riscaldarvisi, prendervi qualche ristoro, che davvero dal freddo e dall’emozione si sentiva mancare, e attendervi il ritorno di lei, la quale lo avrebbe confortato, consigliato, invigorito; ma nell’atto di entrare sotto il portone di quella casa, di subito gli venne proprio meno ogni forza ed egli dovette appoggiarsi al muro per non cadere. In quella Alfredo sentì avvolgersi da un caldo mantello, e una voce d’uomo che si mostrava impressa di interessamento gli disse: