— Coraggio, signor conte! Cominci per invilupparsi bene qui dentro a ripararsi dal freddo. Quanto poi alla sua vendetta, io, se vuole, potrò fornirle i mezzi di ottenerla.
Era l’uomo che l’aveva sempre seguitato fin dalla porta del teatro.
XLVI.
Alfredo, da quella voce amichevole, da quella cura che una mano pietosa prendeva di lui, dal tepore di quel caldo mantello onde lo si avvolgeva, provò un conforto, che nel quasi smarrimento di sensi in cui si trovava, gli fece un poco l’effetto che fa al naufrago il soccorso inaspettato d’una tavola da aggrapparsi. Egli s’aggrappò davvero a quell’uomo per sorreggersi, mentre balbettava, poco meno che inconscio:
— Sì, ho freddo... Ho pur la testa che scoppia... Ah! la mia vendetta?... Voi me la darete?... Siate benedetto!... Datemela subito; la voglio subito... Lo potete voi?... Voi!... Ma chi siete voi?
Volle scostarsi un poco da quell’uomo, per esaminarlo bene; ma sentì che non avrebbe potuto reggere in piedi da solo, e si abbrancò più forte al braccio dello sconosciuto.
— Lei non mi ravvisa? — disse questi, scoprendosi meglio la faccia col tirare indietro il cappello a cencio e volgendosi a ricevere sui lineamenti la poca luce che filtrava dalla finestra della casa di prospetto a quella di Zoe.
Il conte di Camporolle lo guardò con occhi ancora appannati: gli parve e non gli parve aver già veduto in altra occasione quel volto; ma finì per iscuotere il capo in segno negativo.
— L’altra notte, — disse quell’uomo, — io ho avuta la fortuna d’andare a cercare di Lei sulla porta della sua casa e di condurla appunto sin qui.
— Ah! — fece Alfredo riscuotendosi: — siete l’uomo inviatomi dalla baronessa?