Sostarono sotto il chiarore rossiccio di una lanterna appesa all’uscio d’una bottega. Era un miserabile spaccio di liquori, che in quel momento, per l’ora tarda, per la solitudine delle strade in quel rione rimoto, non aveva nemmeno un avventore. Michele, che lì dentro pareva di casa, fece un cenno particolare degli occhi a un omaccione sonnacchioso che al sentire il campanello dell’uscio aveva levata la testa, e gli disse:
— Presto, Melchiorre; un ponce al rhum, ma vero rhum, sai, e dimolto.... pel signorino che è mezzo basito di scalmana, e per me che gli faccio compagnia.
— Subito: — rispose l’omaccione, levandosi lentamente di dietro il banco.
— Non c’è mica nessuno nello stanzino?
— No.
Michele col conte si diresse verso un uscio alla destra.
— Aspetta — gli disse il zozzaio: — non c’è manco il lume. Vado ad accendervi il lucernino.
Prese un lumo a mano e passò in una stanzetta vicina che non aveva altra uscita, e i due avventori ve lo seguirono. Alfredo, entrando nel caldo ambiente di quella bottega, satura di vapori alcoolici e di esalazioni carboniche della stufa, aveva sentito accrescersi ancora la confusione della mente, il subbuglio dell’animo e il malessere di tutta la persona. Appena entrato in quel secondo stambugio, e’ s’era lasciato cader seduto sopra una panca contro il muro e stava là abbandonato, quasi inconscio di sè e delle cose che lo circondavano.
La sua guida susurrò all’orecchio dei venditore che accendeva un lume pendente al soffitto:
— Qui si ha da esser soli, sai?