— Vivi e lascia vivere: — conchiuse Melchiorre, il quale intanto aveva finito di rassettare il lume, lasciandogli per economia il bambagio tanto corto che appena una fioca luce se ne spandeva per quei quattro palmi di stanza. — Vado a farti un ponce proprio da risuscitare un morto; e sta tranquillo che non penetrerà nessuno.
Se ne andò, e Michele sedette in faccia al conte di Camporolle, dall’altra parte d’un tavolino.
— Come si sente ora signor conte?
Alfredo fece una mossa col capo che non voleva dir nulla, e non rispose.
— Capisco che ella debba star poco bene, — riprese con tono più confidenziale quell’uomo, curvandosi verso il giovane. — È venuta fuori dal teatro che pareva un pazzo che scappa dall’ospedale.... Quel duca fu molto prepotente, molto villano con lei?
Il giovane fu riscosso tutto da un tremito, ebbe un lampo d’ira negli occhi solitamente così miti, battè col pugno serrato sul tavolo; ma non rispose parola.
— Eh lo conosco bene: — continuava quell’altro. — Lo conoscono tutti oramai qui a Parma e lo apprezzano per quel che vale. Non c’è quasi famiglia ch’egli non abbia oltraggiata, non c’è quasi individuo che non abbia ferito, umiliato, offeso nella roba, nel decoro, nell’onore. Si può scommettere per cosa sicura, che non visse ancora mai un principe che abbia raccolto su di sè un cumulo sì grande d’odio, e d’un odio tanto accanito.
Alfredo, come tocco dal suono di quelle parole che erano così bene intonate all’intimo suo sentimento, colle labbra pavonazze e i denti stretti esclamò sommesso:
— L’odio!... Oh sì l’odio!... Ah quanto!
E l’altro, sempre più insinuante e con tono di fiduciosa dimestichezza: