— È da stupirsi, non è vero, che i parmigiani, gente fiera, che in punto all’onore.... massime in fatto a donne... patisce terribilmente il solletico, tollerino un simil principe, che fra loro non vi sia almanco stato uno più coraggioso e determinato che alle scellerate tracotanze di quel maledetto non abbia risposto una buona volta con una brava coltellata.
Il conte trasalì e appoggiati i due gomiti alla tavola si strinse colle mani il capo.
— Ma bisogna considerare, — seguitava Michele, — che un’insurrezione popolare, cogli austriaci a ridosso, è impossibile, sarebbe una pazzia da rovinar peggio la città e tutto lo Stato; e di petti generosi, d’animi eroicamente risoluti, di quelli il cui patriottico valore tutti poi ammirano e glorificano, ce n’è pochi.
Alfredo sollevò la faccia e guardò il suo interlocutore con occhio fisso, acuto, fra interrogatore e cruccioso.
— Ce n’è pochi, — ripigliava quell’altro dopo una breve pausa, e chinandosi vieppiù, traverso il tavolo, presso la testa bionda del conte di Camporolle: — ma in Parma ce n’è pure, e se Vossignoria volesse, io potrei anche fargliene vedere e sentire parecchi che hanno giurato...
Qui s’interruppe, guardandosi intorno e il giovane stesso che aveva di fronte con sospetto.
— Hanno giurato! — ripetè Alfredo. — Che cosa hanno giurato?
— Zitto! — disse vivamente Michele: — ecco qui compar Melchiorre col ponce.
Il zozzaio entrava appunto con una grande terrina piena di liquido coronata da fiamme azzurre e la deponeva trionfante sul tavolo in mezzo ai due avventori.