E senza dar più retta alla moglie che brontolava incollerita, l’omaccione accese il lume e se n’andò piano piano su della scala, senza commuoversi agli improperii e alle maledizioni che l’Antonia gli mandava dietro.
La storia del matrimonio di questi due è narrata in poche parole. Una ventina d’anni prima, l’Antonia, che faceva la levatrice e che non era più giovane, trovavasi in poco prospere condizioni: guadagnava appena tanto da sfamarsi, e anzi certe volte non guadagnava neppur questo, ed essa, parte per consolarsi, parte per tener luogo con quello dell’acquarzente al sostentamento che le mancava del cibo, aveva preso l’abitudine di frequentare una botteguccia da bevande spiritose, dove c’era per garzone un tocco di giovinastro con certe spalle da facchino e un torace da suonatore di tromba che avrebbero fatto invidia ad un modello di Ercole; e fosse per quelle sue forme, fosse perchè aveva sempre una parola gentile per l’Antonia, codesto garzone aveva fatta breccia nel cuore di costei, che contava almeno una diecina d’anni di più che lui. Il fortunato giovane, che era Melchiorre, si lasciava voler bene colla placida rassegnazione della sua natura; e la levatrice a promettergli almanco una volta al giorno, che appena avesse potuto gli avrebbe messo su lei una bottega dove egli sarebbe il padrone, l’avrebbe fatto vivere come nella bambagia e, per lo manco male, l’avrebbe sposato. Melchiorre dimenava la sua testaccia, diceva di sì, ridendo, e non ne credeva un’acca, come nessun altro di quanti capitavano là dentro, che pigliavano in burla gli amori stantii della povera levatrice.
Ebbene, sissignori, che contro la beffa di tutti ebbe ragione la fiducia nella sorte, di Antonia. Un bel giorno si era venuti a prendere la levatrice per condurla fuori, dove essa era rimasta forse una settimana senza che mai nè allora, nè poi ella volesse dire in qual luogo; e di ritorno cominciò a mostrare una maggior famigliarità che non avesse mai avuta prima colle monete da cinque franchi; famigliarità che venne sempre crescendo tutti gli anni, finchè a un bel punto ella disse al suo Melchiorre, col quale non aveva cessato mai d’amoreggiare:
— Il tempo è venuto. Sposiamoci; comprerò una casa: tu ci avrai la bottega; io lascerò il mio seccante e faticoso mestiere; non farò più nulla che amar te e averti ogni sorta di cure, e vivremo felici come due colombi in un buon nido.
E così fecero. La casa fu comperata, la bottega impiantata, il matrimonio celebrato; i colombi è vero si bisticciavano sovente, cioè era lei che spesso, fors’anche troppo spesso, saltava agli occhi del placido Melchiorre; ma questi non se ne crucciava affatto, ingrassava e intascava denari.
Alcuni anni prima del tempo in cui si svolge la nostra storia, nella monotona vita di quella degna coppia era avvenuta una novità, ed era un ospite a cui Antonia aveva manifestata la maggiore deferenza, una soggezione, una devozione senza limiti e col quale essa ebbe vari colloqui segretissimi. Melchiorre non era sospettoso — e assolutamente non ci poteva essere pretesto a gelosia, ella essendo oramai vecchia e quel forestiero quanto lei — ma pure si stupì molto nel vedere la moglie in tali rapporti con uno di fuori, di cui non aveva mai sentito a parlare e che non capiva proprio che cosa potesse aver di comune con lei, e quindi ne espresse un po’ le meraviglie. Al che ella molto animatamente rispose:
— Quell’uomo lì, vedi, a servirlo come un principe, noi due non si farebbe di troppo. È lui l’origine, la causa di tutta la nostra fortuna.
Per poco curioso che fosse Melchiorre, pure gli avrebbe piaciuto sapere in che modo ciò fosse, e gliene domandò; ma essa, con certa imponenza che sapeva prendere nelle grandi occasioni, gli rispose, che questo era un segreto che nessuno avrebbe mai saputo da lei, nemmeno il carissimo marito, ed egli nell’apatica placidità della sua natura, se ne contentò senz’altro.
Un mese, o poco più, prima che in casa sua, o meglio di sua moglie, tornasse per la seconda volta quel misterioso forestiero, che, come il lettore sa, era Matteo Arpione, Melchiorre un giorno fu preso in disparte da Michele, uno dei suoi più antichi e fedeli avventori, il quale frequentava già la bottega in cui il futuro marito d’Antonia non era che garzone.
— A te che non fa disgusto il denaro, — gli disse Michele, — non dovrebbe dispiacere il guadagnarti una buona sommetta senza far nulla.