— Sono giovani... affar di gonnelle... Oh sai bene com’è il mondo... A te del resto che cosa ne importa?

— Hai ragione: vivere e lasciar vivere è la mia massima. Affare fatto.

La parola di Michele fu mantenuta: Melchiorre, il giorno dopo aver consegnato all’amico le chiavi di quel locale, ricevette da mano ignota un gruppetto di cento lire, e il nuovo pigionante o i pigionanti che fossero, così copertamente e tranquillamente si diportarono che nessuno della casa e neppure il medesimo Melchiorre potò accorgersi che là dentro ci capitasse gente. Un giorno però, che il zozzaio, punto dalla curiosità, a dispetto della sua cicciosa apatìa, ebbe desiderio di vedere che cosa si fosse fatto in quelle stanze in cui le finestre rimanevano pur sempre chiuse colle imposte e tentò penetrarvi con una chiave dell’uscio del cortile che s’era tenuta, trovò che la serratura era stata cambiata e in luogo dell’antica ce ne stava una complicatissima di quelle inglesi che nessun grimaldello può aprire.

Il bravo Melchiorre rintascò la chiave inutile e la curiosità insoddisfatta, e non ci pensò altro.

In quei locali si radunavano alcuni giovani esaltati di sentimenti repubblicani, che volevano liberar Parma dal suo tiranno e in mezzo a cui faceva da Giuda e da provocatore il segreto agente del Pancrazi, Michele, il quale, secondo il solito, ostentava il repubblicanismo più spinto e più fiero, ragna politica a cui gli ingenui moscerini della gioventù rivoluzionaria si sono pur sempre lasciati pigliare.

XLIX.

Appena usciti dalla bottega Alfredo e Michele, il primo domandò:

— Abbiamo da andar lontano?

— No, signore; ma le converrà camminare dieci minuti almeno cogli occhi fasciati.

— È indispensabile?