L’usuraio incrociò le braccia al petto e rimase immobile, chinando basso basso il volto, così che non se ne sarebbero potuti vedere da nessuno i lineamenti. Forse la presenza del becchino lo trattenne da mettersi in ginocchio presso quella tomba, come aveva fatto al capezzale del letto in cui aveva mandato l’ultimo respiro la donna che giaceva sepolta sotto quei rosai.
— Vedete! — disse Tino dopo un poco: — la croce è nuova di pochi mesi: è la terza che ricambio... e ci scolpisco sempre su il nome io stesso.
Matteo accennò di nuovo col capo in atto d’approvazione; poi si levò il cappello e stette un dieci minuti, guardando fisso innanzi a sè: la sua fisonomia era, come al solito, senza espressione veruna.
— Va bene, Tino: — disse quindi. — Sono contento di voi... Andiamo a casa: devo parlarvi.
Ebbero un lungo colloquio, in cui Matteo diede all’altro minute ed esatte istruzioni. Al venir della sera, l’Arpione ripartì per tornarsene a Parma, dove ebbe altro colloquio coll’Antonia, dopo il quale s’era recato, come vedemmo, al palazzo abitato dal conte di Camporolle.
La mattina dipoi, quando aveva abbandonato Alfredo, assalito dalla febbre, Matteo, come fu detto, era stato testimonio del brutto fatto del duca frustatore in pubblico dei giovani che fuggivano per non salutarlo, e dell’indignazione che, partito il principe, malgrado il timore che ispirava pure la Polizia, non aveva potuto tenersi dal prorompere fra coloro che erano restati sulla piazza e colpiti e spettatori di quella intollerabile prepotenza.
Eravi sopra tutto un capannello composto per la maggior parte di popolani, in mezzo ai quali s’agitava e declamava più furibondo di ogni altro un tale, la cui fisonomia non riuscì nuova a Matteo. Bisognava sentirlo con che termini audaci e’ parlava del duca e delle prepotenze di lui e del governo, de’ diritti conculcati del popolo, della vendetta che questo popolo oppresso avrebbe dovuto compiere! I più prudenti s’allontanavano discretamente da quel tribuno e dal gruppo dov’egli perorava; ma l’ira che aveva suscitato il contegno del duca faceva in quel momento meno prudenti anche i timidi, e molti erano quelli che si fermavano, ascoltavano, fremevano ed approvavano.
Matteo s’accostò anche lui, non tanto per udire, quanto per esaminare bene il declamatore, che a quel primo momento non sapeva dire dove se lo fosse già trovato innanzi; ma quando ne fu a due passi, la memoria a un tratto glie ne venne: quello era l’uomo che egli aveva visto la sera innanzi affacciarsi all’uscio dello stanzino nella bottega del suo amico Melchiorre, là dove un tratto aveva creduto travedere la bionda, pallida, delicata figura d’Alfredo. Se la sera prima la faccia rozza e cupa di quell’uomo era spiaciuta a Matteo, ora vedendola costì a declamare con esagerazione, rotando certi occhiacci e facendo la voce grossa, gli spiacque assai più.
— Quello è uno scellerato birbone capace d’ogni più tristo fatto: — disse a sè stesso Matteo, il quale per lunga esperienza e per accortezza si intendeva assai d’uomini e di fisonomie: — e son sicuro che qui fa l’agente provocatore, da cui quei goccioloni si lasciano mettere in mezzo.
Ora pensatevi qual fosse il suo stupore, — e uno spiacevole stupore, — quando nel pomeriggio, recatosi a pigliar nuove del conte di Camporolle, vide dalla camera stessa del giovane uscire un uomo, il quale era niente meno che il beone della sera innanzi e il tribuno piazzaiuolo della mattina.