Matteo camminava sollecito, primo, e Battistino gli veniva dietro curvo, col suo passo allungato: non si scambiarono una parola. Il cancello del cimitero era aperto: l’usuraio v’entrò, ma poi, fermatosi, diede una sguardata tutt’intorno, come incerto della direzione da prendere.

L’umile cimitero di campagna, in cui non si drizzavano fastosi monumenti marmorei, in cui fra le erbe alte e gli arbusti incolti e gli alberetti non rimondati sorgevano qua e là croci di legno, le più pericolanti, alcune già cadute: l’umile cimitero era pieno di sole, di pace, di voci d’augelli allegramente pigolanti nel tripudio dei loro amori primaverili.

Il becchino entrò innanzi a Matteo e additandogli una parte, gli disse:

— Da questa.

Matteo fe’ cenno col capo che ci si ritrovava, e riprese il cammino con passo sicuro.

In un angolo del quadrilatero che formava il Campo Santo, un po’ appartata da tutte le altre fosse ve n’era una segnata da una croce di larice, da poco rinnovata, e sulla parte trasversale di essa stava inciso rozzamente un semplice nome: Giuseppina.

Tino precedette l’Arpione sino a quel luogo e là si fermò.

— È qui! — disse.

Matteo ripetè il medesimo cenno di testa e si fermò anche lui a un passo lontano da quella croce.

Il tumuletto di terra, ben ripulito, era circondato da una corona di piccoli rosai che già cominciavano a metter fuori i bottoni: più in là curvava sopra la croce i suoi rami pendenti ancora spogli di frondi un salice piangente.