Ma la giunta parve all’Arpione meno gradita ancora della derrata, e col tono di chi si scusa da un rimprovero che lo punge nel vivo, rispose:
— Che volete? avevo promesso e m’ero proposto di venire sovente; ma non ho potuto. Gli affari... ho molti, ho troppi affari per le mani... le vicende d’una vita agitata, laboriosa, pugnace, me ne tolsero sempre il tempo e la possibilità.
— Bene! bene! disse il becchino coll’accento di filosofia pratica d’un uomo che non si cura il meno del mondo di quanto pensano e fanno gli altri. — Ho pur capito che doveva essere così... Ma io vi aveva fatta una promessa: e questa, nei venti e più anni che sono passati, ho sempre mantenuta, come se voi aveste da arrivare ad ogni momento per vedere se ero fedele nell’adempirla.
— Vi ringrazio, — pronunziò Matteo con una lentezza che celava una commozione. — Ho già visto la camera: voi l’avete rispettata...
— Eh! — interruppe Battistino con certa sua rozza impazienza. — Mi avete pagato... mi avete ricomprato per ciò tre o quattro volte questa casipola... Finchè io viva, le cose staranno a quel modo.
— E la tomba?
— Venite a vedere... vengo appunto di là. Quello è il mio mondo; quando non sono chiuso nella solitudine della mia casa, son là in quella solitudine coi morti. Ho estirpato or ora le male erbe intorno al tumuletto e inaffiato i fiori. Venite pure.
— Andiamo: — disse laconicamente Matteo, avviandosi pel primo.
Battistino lo seguì.
La giornata di marzo era lieta, serena, tepida: una giornata precoce di primavera. Gli alberi avevano da lontano una tinta rossigna per le gemme presso a sbocciare; le erbe nei prati si drizzavano alteramente con un allegro verde di smeraldo; correvano per la campagna certe aurette tepenti, certi profumi indefinibili che avvivavano il sangue e rallegravano lo spirito. Era la natura che nel suo eterno ridestarsi cominciava a sorridere.