Poi penetrò nella stanza e chiuse accuratamente l’uscio dietro di sè: s’appressò al letticciuolo e cadde in ginocchio presso a quel capezzale.
Era passata forse una mezz’ora, quando un uomo alto, segaligno, vecchio, un po’ curvo della persona, ma con aspetto robusto, il volto pieno di rughe fittissime, il cranio pelato, la pelle color di rame, vestito poveramente da contadino, sopraggiunse e si stupì fortemente nel trovare l’uscio di casa aperto e il suo cane che gli faceva festa con una cert’aria tra di paura e di compunzione che lo rivelava chiaramente reo di qualche colpa.
— Che cos’è ciò? — disse egli forte, come se interrogasse il cane. — Chi è venuto?
La bestiola rispose a modo suo, cioè con un abbaiamento: ma in quella l’uscio della cameretta vicina si aprì e comparve sulla soglia Matteo Arpione.
— Son io: — disse questi, fissando attentamente il nuovo venuto.
I due vecchi si guardarono un poco: il padrone della casupola con istupore, l’altro con non dissimulata commozione.
— Non mi riconoscete più, Tino? — disse Matteo, avanzandosi d’un passo.
— Se non vi trovassi qui, — rispose quell’uomo, — se non vi vedessi uscire da quella camera, di certo non vi riconoscerei più, tanto siete cambiato!
Matteo mandò un sospiro che pareva di rimpianto.
— E tanto tempo è che non vi ho più veduto: — si affrettò a soggiungere Battistino, come per desiderio di rimediare al poco buono effetto delle prime parole.