— Sei tu, misero botolo, il solo compagno del povero becchino? Mi apparisci magro e sfiancato com’era il tuo padrone quando l’ho conosciuto e come sarà probabilmente anche ora... Non vuoi lasciarmi entrare?... Non capisci che io sono un amico?

Così dicendo, Matteo, da persona pratica, passò la mano traverso le stecche del cancello, sollevò un rozzo saliscendi che trovavasi all’interno e spinto il cancello lo aprì ed entrò malgrado le proteste fattesi più clamorose del cane incollerito.

— Quanta fedeltà canina! — disse con amara ironia l’Arpione. — E pensare che se avessi un tozzo di pane, lo farei tacer subito.

Andò diritto, risoluto verso la casa, e il cane gli venne dietro annusandogli i talloni e seguitando ad abbaiare. L’uscio era chiuso, e Matteo, dopo averlo tentato invano, si volse senza esitare al più vicino dei due olmi, cacciò la mano entro un buco di esso e ne tolse una chiave che vi era riposta.

— Tino ha pur sempre le medesime abitudini: — disse sorridendo lievemente: e con quella chiave andò ad aprire l’uscio di casa.

Quando vide quell’intruso spalancare la porta e cacciarsi dentro, il cane divenne addirittura furibondo e con abbaiamenti rabbiosi si slanciò alle gambe di quell’audace per morderlo. L’Arpione cominciò per allontanarselo con un buon calcio che lo mandò a guaire quattro passi lontano; poi, entrato nella stanza a terreno, e visto sopra una madia un bel pezzo di pagnotta, lo prese e s’affrettò a gettarlo all’animale che, più rabbioso di prima, s’apprestava a rinnovare l’assalto. Il cane esitò un poco fra l’ira e la gola; ma poi vinse quest’ultima, e azzannata la pagnotta, e’ si mise a divorarla, grugnendo però ancora di quando in quando.

— E l’ho comprato col pane del suo padrone medesimo! — esclamò Matteo coll’amara ironia di poc’anzi.

Poi guardò attentamente intorno a sè. Era dell’interno della casa come dell’orto: tutto era lo stesso e allo stesso posto, se non che più invecchiato. Matteo mandò un sospiro, e poi aprì un uscio laterale, chiuso colla sola stanghetta a molla della serratura ed entrò in una cameretta bianca, pulita, con un letticciuolo, due sedie, un crocifisso appeso al muro, una piccola valigia e nient’altro.

Il vecchio usuraio stette un momento immobile sulla soglia a contemplare quella cameretta, come se vi fossero colà dentro chissà quanti oggetti preziosi da ammirare; mandò un altro sospiro più profondo e disse fra sè:

— Quel poveruomo ha mantenuto la parola che mi ha dato: essa è tale e quale.