Se alcuno avesse potuto essere con lui ad osservarlo in codesto suo viaggetto, avrebbe avuto da notare come, man mano che egli si veniva accostando a quel paese i suoi lineamenti pigliavano l’espressione di chi ritorna in paese non più veduto da lungo tempo, ma che per qualche efficace ragione gli è stato potentemente impresso nell’animo e si commuove a seconda che rivede e riconosce luoghi che gli ridestano vive delle memorie interessantissime della sua vita. Quando con passo lento si diresse, come ho detto, a quella specie di casale nascosto fra le alte piante, la sua figura di solito così apatica esprimeva una mestizia profonda, sentita, non priva di tenerezza. Quei luoghi, qualunque fosse il tempo che non li aveva più rivisti, erano dicerto bene impressi nel suo ricordo, perchè egli camminò senza esitare, senza domandare indicazioni, per varii sentieruoli serpeggianti traverso prati e campi, dritto alla sua meta.

E la sua meta fu una casetta umile, anzi povera, un sol piano a terreno con sopravi un tetto di paglia, circondata da un orto ricinto d’una siepe di biancospino il cui passaggio era chiuso da un cancelletto di legno tarlato, ombreggiata da due olmi giganteschi che la nascondevano e riparavano, divisa d’un bel tratto dalle altre che si raggruppavano un po’ più in là intorno al modesto campanile d’una povera chiesuola.

Quello non era veramente un villaggio, era una frazione di villaggio, il cui centro municipale era lontano una buona mezz’ora di cammino: e quella chiesa non era neppure una parrocchia, ma una succursale dove il cappellano aveva facoltà di amministrare all’uopo certi sacramenti.

Matteo giunto al cancelletto della siepe si fermò, stette un momento immobile a guardarsi dintorno e un appannamento, come il velo d’una lagrima, venne alle sue pupille. Chi avesse potuto leggergli nel pensiero avrebbe visto ch’egli diceva a sè stesso:

— Nulla v’è di cambiato, fuorchè le piante un po’ più cresciute, la casa diventata più scura, questo cancello, gli usci e le imposte delle finestre più tarlati... Eppure sono passati più di venti anni!

Guardò nell’orto con occhi bramosamente vivaci; non ombra di essere umano; la casa era chiusa; fuori che due colombi i quali si perseguitavano sul tetto tubando, tutto era immobilità e silenzio.

Stato ancora un poco, Arpione si mise a chiamar forte.

— Tino! Tino!... O Battistino!

Non gli fu risposto che da un cane vecchio spelato, di quelli dal muso aguzzo che si dicono volpini, il quale si levò da un mucchio di paglia dove stava sdraiato e venne al cancelletto abbaiando raucamente.

Il vecchio lo guardò con una specie di compassione.