Nella piazza Grande c’era buon numero di gente; innanzi al caffè sopratutto, capannelli di giovani eleganti stavano discorrendo animatamente e, come può facilmente indovinarsi, argomento di tutti quei discorsi erano i fatti della sera prima. A un tratto, mentre appunto Matteo Arpione sbucava da una parte nella piazza, ecco da un’altra strada uno schioccar di frusta, un rumor forte di scalpito di cavalli e irrompere al gran trotto, anzi al galoppo addosso alla gente quattro stupendi cavalli attaccati a un phaéton dall’alto del quale conduceva a grandi guide, con una lunga scuriada in mano, il duca, alla cui sinistra sedeva sfacciatamente la ballerina milanese fischiata la sera innanzi a teatro.
Uscito irritatissimo dal colloquio colla moglie, al duca era sembrato buon mezzo per vendicarsi e sfogarsi, ripetere la sciocca bravata di mostrarsi in pubblico, insieme colla ballerina, e condotto il legno sotto il quartiere abitato da quella ragazza, l’aveva mandata a chiamare per mezzo d’un domestico. La danzatrice si era affrettata ad ubbidire, e così avveniva che ora ricomparisse sulla gran piazza a fianco del principe, sfidando la pubblica opinione, offendendo il sentimento morale di tutta una cittadinanza.
La carrozza ducale irruppe con tanto impeto nella piazza, che poco mancò non ne restassero schiacciati i primi pedoni in cui s’abbattè, i quali a stento scamparono saltando in disparte.
— Eh! fate attenzione, marmotte! — gridò sprezzosamente il duca dall’alto del suo seggio facendo schioccare la frusta. — Non siete buoni a far largo?
Erano gente della plebe, donne e ragazzi; si tirarono in là umili, salutando con timore; ma i signori che stavano un po’ più lontano, mandarono un mormorio, e poi, siccome il duca volgeva gli sguardi su di loro e spingeva i cavalli a quella parte, quasi tutti, per non aver da salutare, sbiettarono, alcuni entrando vivamente nel caffè, altri gettandosi nella strada più vicina. Ma il duca sollecitò ancora la corsa dei cavalli, e colla sua lunga scuriada arrivando fin dietro i fuggenti, ne gettò a terra i cappelli mentre gridava colla sua voce squarrata:
— Salutate, marrani, villanzoni che siete!
Fra coloro a cui fu gettato a terra il cappello di quel modo, erano due o tre dei principali nella congiura a cui quella notte medesima si era ascritto Alfredo di Camporolle, e fra essi un tale che aveva molta attinenza con dame e cavalieri che accostavano la duchessa e ne avevano acquistata la fiducia.
LII.
Abbiamo visto come, la mattina medesima di quel giorno che doveva chiudersi con sì importanti avvenimenti pel conte di Camporolle, Matteo Arpione si fosse partito di buon’ora da Parma con una carrozzella che l’Antonia gli aveva procurato, e non fosse tornato più che a sera calata. Non sarà inutile un breve racconto di codesta gita dell’usuraio.
Egli aveva spinto il cavallo ad un buon trotto, e non si era fermato più che ad un’osteriuccia posta sulla strada alla distanza di circa una dozzina di chilometri, dove aveva lasciato cavallo e carrozza, si era ordinato da pranzo e poi erasi allontanato a piedi, avviandosi verso un gruppo di case, quasi nascoste in mezzo alla campagna a un buon trar di schioppo dalla strada.