Abbiamo visto come la sera innanzi quest’ultimo, partendosi col conte, avesse fatto di nascosto un ammicco al zozzaio, per annunziargli che avrebbe avuto bisogno di parlargli in segreto, e che quindi sarebbe venuto da lui all’uopo un momento o l’altro; al qual cenno l’omaccione aveva corrisposto con un altro compagno. A Michele premeva sapere qualche cosa di quel forestiero che, alloggiato presso Melchiorre e sua moglie, aveva dei segreti con quest’ultima e conosceva il conte di Camporolle; il marito d’Antonia non avendo ancora ricevuto il solito prezzo della pigione per quei locali a terreno, benchè parecchi giorni già fossero passati dopo quello in cui si sarebbe dovuto pagare, avido com’era del denaro, si struggeva dal farne rampogna e sollecitazione a colui che era stato intermediario in quell’affittamento e cui soltanto egli conosceva. Perciò, quando appena ebbe veduto entrare in bottega Michele, senza lasciarlo aprir bocca, movendogli incontro e parlando con una vivacità che in lui era veramente rara, gli disse:
— Benvenuto Michele!.... Vi aspettavo appunto... Spero che mi avrete portato i denari.
— Che denari? — domandò l’altro stupito a quell’attacco inaspettato.
— Oh bella!... Me lo domandate?... I denari dell’affitto...
— Ssst! — fece Michele interrompendolo e guardandosi dattorno. — Vi ho pur detto di non parlarne mai di codesto.
— Eh che qui siam soli e non c’è anima che ci possa sentire! — esclamò il zozzaio. — E conviene che ne parli se ho da farmene pagare.
— Vuol dire che non siete stato pagato?
— No, per mille diavoli.
— Ebbene, vi si pagherà, non dubitate: sarà un oblio momentaneo.
— Un oblio che non si deve fare.... Io voglio i miei denari, capite?... E faccio voi responsabile....