Alfredo pregò a lungo, e sulla fossa della madre e nella camera dov’essa era morta; deliberò che un modesto ma duraturo monumento sorgerebbe là dove era stata sepolta colei che gli aveva data la vita, e confermò a Battistino l’ordine di conservare tal quale la camera. Domandò se nessun oggetto fosse stato conservato il quale avesse appartenuto a sua madre, e si ebbe in risposta di no, che tutto quello che essa aveva lasciato di abiti e di biancherie era stato distribuito in elemosina a povere donne del casale; rimaneva soltanto la piccola valigia in cui erano gli oggetti più necessari a lei appartenenti, e Alfredo la ricomprò al vecchio becchino a peso d’oro; poscia seppe che il crocifisso appeso al muro sopra il letto era quello che avevano posto nelle mani della donna fatta cadavere, e lo volle anche per sè, parendogli che così avrebbe portato seco qualche cosa almeno di quella santa, adorata creatura — adorata senza averla mai conosciuta.

Partendo da quel villaggio per tornare a Parma, il cuore d’Alfredo era intenerito. Aveva raccolto mille prove dell’interessamento che Matteo Arpione aveva pure dimostrato per la madre di lui, ricordava le parole dettegli da Matteo medesimo, che colà dov’era salita al cielo, l’anima di sua madre gli avrebbe ispirato più affettuosi sentimenti verso l’uomo che aveva preso cura di lui, e gli pareva diffatti che così fosse stato. Giunto a palazzo lasciò che Matteo salisse con lui, lo sorreggesse, chè egli, ancora debole pel sofferto malore, era dalle emozioni di quel giorno affranto, che lo accompagnasse fino nel salotto precedente la sua camera. Colà stava sopra la tavola un bigliettino profumato elegantemente ripiegato a triangolo, diretto al conte, e il servo disse che il portatore aveva fatta molta premura perchè subito si consegnasse al padrone, trattandosi di cosa di molta importanza e urgentissima.

Alfredo lo prese, l’aprì, lo scorse cogli occhi, poi fece un moto come di ripulsione, lo gettò di nuovo sulla tavola e corse a rinchiudersi nella sua camera. Matteo gli mandò dietro il domestico, e rimasto solo nel salotto, afferrò ratto quella letterina e la lesse avidamente.

Era della Zoe.

LIX.

«Mio tesoro — Penso al giuramento che hai pronunziato; e ti ammiro e ne tremo. Vorrei saperti lontano le mille miglia: ho il maggior rimorso d’esser cagione che tu sei qui venuto. Un compito così terribile non è da te. Abbandona il tuo disegno, la città, me stessa; e lasciami al mio funesto destino. Colui verrà domani, di pieno giorno, domani alle quattro pomeridiane. Ha quest’audacia! Me l’ha fatto annunciare, mi ha fatto comandare di aspettarlo come una schiava... Ho il sangue che mi freme... Ah! se verrà! Se dovrò aver l’onta di rivederlo qui!... Il mio furore, il mio odio m’ispireranno. Tu parti, fuggi: sarò tranquilla, più ferma in ciò che dovrò compire anche colla mia debol mano di donna, se ti saprò lontano da non potere per nulla comprometterti, da essere affatto in salvo, checchè avvenga. — Zoe.»

Questa lettera, scorsa in fretta da Alfredo, aveva fatta in lui una penosa impressione. La visita al cimitero in cui riposava sua madre, tutta la giornata passata in mezzo a sì care e sacre memorie gli avevano temperato l’animo a una dolce mitezza, a una tenera commozione di affetti, da cui il ricordo, l’immagine, le parole della Zoe e l’idea degli avvenimenti ingrati e delle terribili passioni che l’accompagnavano, bruscamente veniva a staccarlo, quasi strappandogliene l’anima e il cuore. La voce dello spirito materno gli aveva parlato di amore, di fede, di cielo: ecco quella della sirena venirgli a susurrare di odio, di vendetta e d’inferno. Si chiuse nella sua camera e proibì che persona viva osasse disturbarlo, e da solo dibattè fra sè stesso il terribile quesito: o essere assassino o essere spergiuro.

Dopo una notte, la cui veglia angosciosa ciascuno può immaginarsi, Alfredo ebbe la consolazione di ricevere la risposta alla sua lettera di Ernesto Sangré. Non era molto lunga, ma era piena di amorevolezza; compativa sinceramente alla sciagura capitata all’amico e in franche, concise parole diceva quello che a senno dello scrivente era da farsi in tale occasione, quello che egli farebbe se in tal caso si trovasse. Al principe, sventuratamente, non si poteva domandare soddisfazione nessuna: la sua qualità di regnante lo faceva irrisponsabile, quasi sacro, e nessuno che la pensasse rettamente, avrebbe mai fatto carico all’oltraggiato di essersi trattenuto innanzi al rispetto che si doveva alla Corona dell’oltraggiatore: ma ad assistere a quell’offesa, a prendervi parte, ad assumersene la risponsabilità e colle risa e anche con un atto positivo, c’erano stati i cortigiani e cagnotti del duca, e a costoro il conte di Valneve pensava che l’amico avrebbe dovuto rivolgersi, e a colui principalmente che aveva osato mettergli una mano sulla spalla, e se non aveva ben presente chi quegli si fosse, al principale di essi, e a tutti se occorreva. Doleva ad Ernesto di non essere in grado di accorrere egli stesso a Parma per essere all’amico aiuto, testimonio e compagno, ma la sua ferita inaspritasi, e la salute della madre cui tanto aveva afflitta il colpo tremendo della morte del conte, lo trattenevano a forza. Finiva pregandolo di tenerlo informato di tutto quello che facesse e gli avvenisse, e ricordandogli la promessa data di venirlo a visitare a Torino, promessa che lo sollecitava a mantenere, appena fosse libero da quella malaugurata contrarietà.

La lettera del Sangré fu come un raggio di luce nelle tenebre in cui si agitava l’anima di Alfredo.

— Ed io non ci ho pensato! — esclamò. — Io mi sono lasciato trascinare piuttosto all’idea di farmi assassino... Ah era un’ignobile ispirazione... Oh che avrebbero detto di me?...