E si coprì colle mani la faccia.

Gli pareva scorgere un vago profilo di fanciulla sul volto della quale si esprimesse l’orrore dell’assassinio.

— Il consiglio d’Ernesto è l’unico accettabile, lo metterò in atto.

La mano del cortigiano che lo aveva spinto a terra, gli sembrava fosse stata quella dell’Anviti; oh doveva esser quella. E d’altronde non era questi il principale, il più insolente, il più prepotente dei seguaci del duca? Determinò di indirizzarsi per primo a lui, e quella stessa mattina verso le undici, vestitosi con una certa severa eleganza, Alfredo stava per uscire affine di recarsi a cercare il colonnello e accostarlo in qualunque luogo si fosse, per provocarlo nel più violento modo possibile, quando un suo domestico venne ad annunziargli con aria esterefatta che in sala c’era il direttore generale della Polizia il quale domandava di parlargli, e che nell’anticamera e sotto il portone c’erano tre o quattro coppie di brutti musi che puzzavano lontano un miglio di gendarmi e poliziotti travestiti.

Il conte di Camporolle a tale annunzio impallidì un pochino; ma fatto il viso più fermo che seppe e che potè, si affrettò a passare in sala, dove stava aspettandolo il Pancrazi.

Questi aveva la faccia più buia del solito, e i suoi occhi affondati mandavano sguardi che potevano dirsi di severità feroce.

— Signor conte, — cominciò senz’altro, — ella è accusata di congiurare contro il trono e la vita del nostro Augusto Sovrano, S. A. R. il principe Carlo III; ella è accusata di avere anzi giurato di colpire ella stessa il sacro petto del serenissimo nostro Signor Duca, e di queste accuse si hanno le prove. Io sono qui per arrestarla.

Alfredo ebbe un leggier balenìo negli occhi e un tremito quasi impercettibile sulle labbra.

— Va bene, — rispose però con voce ferma. — Se Lei m’arresta, e io non ho nessun mezzo di sottrarmene, cedo alla violenza e son pronto a seguirla.

Il Pancrazi stette un poco in silenzio facendo pesare sul giovane il suo sguardo di piombo.