Anche queste parole furono udite dal conte di Camporolle, il quale, vedendo in quella entrare ancora l’ufficiale d’ordinanza, accompagnato da un capitano di ulani austriaci, pensò che il meglio che avesse da fare era di andarsene via dal suo palchetto egli stesso.
IX.
Il capitano von Klernick, con cui Alfredo quasi si urtò uscendo, era un bell’uomo sui trent’anni, alto, membruto, biondo, con lunghi baffi incerati, un gran naso fatto a becco di rapina, una fronte piccola, un portamento rigido e altiero, e un’aria poco simpatica di militaresca tracotanza e di aristocratica superbia.
Si avanzò fin presso il duca e fece un inchino colla sua rigida persona.
— Buon giorno, von Klernick, — gli disse il principe parlandogli in tedesco. — Vi vedo volentieri.
— Grazie! — mormorò il capitano sotto i suoi baffi appuntati.
— Voi venite da Milano, a quel che ho inteso?
— Sì, Altezza.
— Che notizie ci recate?
— Nulla... Si muore di noia... I milanesi sono sempre più stupidi; fanno il broncio al Governo, si annoiano come tanti sciagurati per fare una dimostrazione politica e ci fanno seccar noi.