— Vuol dire che gl’italianissimi hanno sempre il sopravvento sulla pubblica opinione?... Sciocchi buffoni! O che il maresciallo non è capace di insegnare loro a smetterla una buona volta? Vedrete, capitano, come faccio qui io; guardate, imparate e andate a dirlo al maresciallo.

— Mah! — esclamò l’austriaco mandando un sospiro: — Milano non è Parma. Là c’è una nobiltà pazza, ricca, influente, che ha il cervello per traverso, colla smania di voler fare della politica come si fa in Piemonte... Già la pietra di scandalo è quel maledetto paese di rozzi e grossolani montanari...

— Avete ragione: — interruppe il duca con un certo bagliore negli occhi che era effetto di irritazione: — grossolani, testardi quei piemontesi, pesanti e insoffribili... Ah! se si potesse dar loro una buona lezione.

— Pensare che sarebbe così facile! — disse il capitano degli ulani. — Se il maresciallo si mettesse alla testa di due divisioni, in una settimana noi schiacceremo quel nido di vespe.

— Peggio che vespe, vipere.

— Ma il nostro imperatore è troppo buono!

— Bene! Lasciamo stare la politica, von Klernick. A Milano vi annoiavate, e siete venuto un poco qui a divertirvi con noi... Ah birbone; è quella grassoccia d’una Carlotta, la ballerina milanese, che vi ha attirato.

Il capitano fece un antipatico sogghigno che voleva essere malizioso, colle sue labbra grosse, carnose e rispose:

— La Carlotta!... Ah bella donna!... V. A. sa?

— Di quello che accade ne’ miei dominii sono informato di tutto: — disse il duca con istupida aria di superbia e di millanteria.