— Come vuole!... Se ne pentirà... Intanto io devo qui fare un’accurata perquisizione.
Finita questa, Alfredo in una carrozza chiusa fu menato in fortezza e cacciato in una segreta.
Un bigliettino de’ soliti alla Zoe diceva mezz’ora dopo:
«Contegno più fermo di quel che credevo. L’ho veduto io solo e nessun altro lo vedrà. Mi sembra capace di mantenere il segreto.»
Ed ecco da che cosa era stato motivato l’arresto del conte di Camporolle.
LX.
Matteo Arpione, di quella lettera della Zoe, ch’egli aveva osato leggere in casa d’Alfredo, s’era spaventato moltissimo. Per lui, che conosceva oramai i propositi del conte, non vi era dubbio più che il giuramento di cui si faceva cenno dalla Zoe come pronunziato dal giovane, era contro il duca, e troppo capiva egli pure che la scellerata donna perfidamente indicava ed assegnava all’amante l’occasione e il momento propizio di adempirlo. Anche il povero vecchio per ciò ebbe una notte pessima, in cui, invece di scemare, il suo sgomento venne sempre crescendo, e con una febbrile ansietà che gli toglieva affatto la freddezza della ragione e che non faceva capo a nulla in cui potesse tranquillarsi, passò a rassegna tutti i mezzi possibili ed impossibili che gli si presentassero da salvare Alfredo. Si recò al palazzo di quest’ultimo e non fu ricevuto. Egli perdette proprio la testa. Se si fosse impedito al duca di recarsi da quella donna all’ora stabilita!... sì questo gli parve l’unico modo frattanto, e poi avrebb’egli pur trovato il come far partire il giovane, farlo scacciare anche dalla Polizia fuor dello Stato.
Ecco! appunto! questa era la più spiccia e sicura maniera. Anzi il meglio era domandare addirittura simile compenso per le rivelazioni che avrebbe fatte a salvare la vita del principe. Gli parve la più bella idea che avesse ancora avuta, e si avviò verso la piazza dov’era la direzione di Polizia. Ma, — a un tratto pensò, — avrebb’egli bastato il rivolgersi al direttore di Polizia? Avrebbe questi avuta sufficiente autorità, si sarebbe creduto in facoltà di consentire alla domanda che il piemontese gli avrebbe fatta? Non sarebbe stato più spediente e più certo il dirigersi più in su? forse al duca medesimo? Mentre fermo sulla piazza, Matteo rivolgeva seco stesso questi pensieri, vide proprio allato, a due metri di distanza, un uomo che molti riverivano umilmente con profonde scappellate. Lo riconobbe. Era sir Tommaso W... il ministro che godeva della maggior fiducia del principe. Parve all’Arpione che fosse proprio la Provvidenza che gliel’avesse mandato fra i piedi, come quegli a cui doveva appunto rivolgersi: lo seguì; e quando furono arrivati ambedue, l’un dietro l’altro, al palazzo, l’inglese e l’usuraio, questi fece domandare a quel primo un’udienza, che l’altro subito concedette.
Dopo il colloquio, che durò più di un’ora, avuto con Matteo, sir Tommaso corse in furia dalla Zoe, a cui aveva promesso e giurato di comunicare ogni cosa che riuscisse ad apprendere, prima di pigliare qualunque determinazione. La avventuriera credette un momento che tutto fosse perduto quando udì il ministro dirle che un tale era venuto a rivelargli esservi il disegno di assassinare il duca, e in quel medesimo giorno, quando egli si sarebbe recato da lei, come aveva annunziato di voler fare. Destramente interrogando, ella apprese chi fosse il rivelatore, come questi non avesse detto il nome di chi doveva eseguire il colpo, non avesse accusata lei, avesse domandato solamente per premio di ottenere salva in ogni modo una persona che forse sarebbe apparsa implicata nel complotto, colla sola punizione della scacciata dallo Stato, si impedisse che il duca si recasse al convegno, e si appurassero le cose della congiura visitando i locali tenuti segretamente nella casa della levatrice Antonia, arrestando il conte X che era uno dei capi.
La Zoe stette un momento stordita, senza saper come fare a rimediare alla minacciata rovina. Ma non istette guari a trovare un mezzo.