— Che cos’è stato? — domandò.
E il duca nell’impeto della bizza, rosso ancora in viso:
— Uno scellerato che mi ha percosso... qui...
E portò una mano all’inguine.
L’Anviti prendeva l’aire per rincorrere quel petulante, quando il principe lo fece fermarsi con una specie di grido soffocato:
— Ah!... Colonnello!... Anviti!...
Questi si volse, Carlo III era diventato subitamente bianco come cencio lavato, rotava gli occhi con aria spaventata, si serrava il ventre con tutte due le mani e vacillava sulle gambe.
— Non fu una semplice percossa, — disse: — quel birbante mi ha ferito.
Levò dalla pancia una mano per sorreggersi al muro vicino: quella mano grondava di sangue, e lasciò la sua impronta sulla parete. Ma questo appoggiarsi non avrebbe bastato a tenerlo in piedi; il principe barcollò maggiormente e sarebbe caduto, se l’Anviti non si fosse affrettato a raccoglierlo fra le sue braccia.
— Ah! — gemette il ferito con un soffio appena di voce e le labbra che tremavano: — per me è bella e finita.