— No, no. Altezza: — disse l’Anviti, mentre volgendosi ai pochi passeggeri che si trovavano nella strada in quel momento li richiedeva d’aiuto.
Ma i cittadini, cui la curiosità faceva fermare, si tenevano alla larga, incerti di quello che era avvenuto e timorosi di poter capitar male accostandosi.
L’Anviti, che pareva aver perduta la testa, gridava a tutti coloro che stavano guardando con occhi larghi a dieci passi di distanza:
— Presto!... Un infame ha ferito Sua Altezza... Correte... pigliatelo... arrestatelo... ammazzatelo.. Correte pei gendarmi... correte per un medico... alla Corte... alla Polizia... Aiutatemi a trasportarlo in qualche luogo.
Nessuno si moveva.
Un uomo venne correndo in aiuto del colonnello; era sir Tommaso W...
Dalla finestra a cui stavano egli e la Zoe avevano visto l’uomo dal mantello passare in fretta presso al principe, ma l’atto era stato compito così rapidamente, che non s’erano accorti del colpo dato. La donna credette un momento che sul migliore il coraggio fosse mancato a quell’uomo ed egli fosse fuggito senza nulla tentare; ma quando vide il duca fermarsi, vacillare, sollevare la mano sanguinante, ella capì che finalmente il suo lungo, feroce desiderio era soddisfatto, e drizzandosi della persona mandò un’esclamazione che poteva sembrare di meraviglia, di terrore, di addoloramento ed era di gioia crudele. L’inglese si accorse anch’egli di quel ch’era avvenuto e mandò, lui, un vero grido di affanno e di spavento; poi si precipitò giù per le scale a volare in soccorso del ferito.
— Ah, sei tu... Tommaso? — balbettò, vedendolo, il duca colle labbra livide e gli occhi smarriti. — M’hanno conciato per le feste.
Fra tutti due, l’Anviti e il W..., sollevarono il principe; nessuno venne ad associarsi alla pietosa opera loro.
— Lo portino di sopra da me, nella mia casa per intanto! — disse alle loro spalle una voce di donna.