Era la Zoe, che discesa ancor essa, guardava attentamente, fisamente, la faccia scialbata, i lineamenti contratti, gli occhi spaventati del principe.

I due cortigiani accettarono il suggerimento dell’avventuriera e trasportarono su nel quartiere di lei il sovrano trafitto.

Quando fu adagiato sopra un sofà in quella medesima sala, dove pochi giorni prima il suo frustino, che doveva riuscirgli così fatale, aveva segnata una riga rossa sul collo della donna, questa, che sola aveva conservata la freddezza della sua ragione, disse ai due uomini:

— E ora non conviene perder tempo, correte a chiamare un medico ed avvertire la duchessa.

— E un’altra cosa ancora: — aggiunse sir Tommaso: — mandare ordine subito che si chiudano tutte le porte della città e non si lasci più uscir nessuno senza che dia buon conto di sè.

Il duca, che giaceva abbandonato col capo sui cuscini, stringendosi sempre colle mani la squarciatura del ventre, da cui traverso le dita gocciava abbondante il sangue a macchiare la seta del sofà e il tappeto persiano del pavimento, il duca aprì un momento gli occhi che teneva semichiusi e agitò le labbra sempre più allividite, come se volesse parlare; tutti tre i presenti chinarono le loro orecchie sul giacente, ed egli con voce che appena poteva sentirsi, susurrò a stento:

— Sì... arrestate colui... a ogni modo... voglio almeno sapere da chi mi viene il colpo.

Zoe fece uno strano, quasi feroce sogghigno, ma nessuno lo vide: il conte Anviti giurò che egli e i suoi gendarmi non avrebbero avuto requie finchè non avessero posto la mano su quel sacrilego, e sir Tommaso prese il cappello per correre a dare gli ordini accennati.

— Correte presto — aggiunse la Zoe, — correte dal Pancrazi; egli saprà far tutto il meglio che si può.

L’Anviti e l’inglese volsero uno sguardo al principe che aveva richiuso gli occhi e gemicolava sommesso.