— Ah non temete: — riprese con calore la donna: — veglierò io sull’augusto infermo, e mi sento capace di fargli una prima fasciatura alla ferita io stessa.

Ella accompagnò, quasi spingendoli, i due cortigiani fino alla soglia della sala, ne richiuse l’uscio alle loro spalle, poi si volse a guardare il principe che respirava affannosamente, gli occhi sempre chiusi. Erano soli essa e lui; gli occhi della donna sfavillarono della loro luce infernale, e a passi lenti quella terribile odiatrice si accostò alla sua vittima.

Un’altra donna intanto lì presso, nella casa di faccia, spasimava di pena, di ansietà, di spavento: la moglie di Pietro Carra.

Era rimasta in ginocchio accasciata, con intorno i bambini che piangevano, sbalordita, tramortita; ma subito il pungente pensiero l’assalse di sapere quel che avveniva: avrebbe voluto alzarsi e mettersi alla finestra, ma gliene mancavano le forze, sentì che le sarebbe fallito il coraggio: si drizzò un po’ così della persona e tese quanto poteva le orecchie a udire, a cogliere ogni menomo rumore che salisse fino a lei dalla strada. Primamente le parve avvertire delle esclamazioni, poi un susurro che veniva crescendo, poi uno scalpito sempre più numeroso di passi e un vocìo di ciarle animate: qualche cosa era successo; e in questo qualche cosa le pareva di non notare nulla che le annunziasse la più temuta delle disgrazie, l’arresto del suo uomo. Si fece animo, si alzò lentamente, lentamente si avvicinò alla finestra; ardì gettare nella strada uno sguardo.

Innanzi al portone del palazzo abitato dalla Zoe, innanzi al muro su cui s’era stampata la mano sanguinosa del duca, intorno ai piccoli guazzi di sangue in terra si era venuta raccogliendo una calca, che discorreva, gesticolava, con meraviglia, con animazione, con nessuna menoma apparenza di dolore. Da quelle parlate così vivaci che lì si facevano, una frase giunse sino all’orecchio della povera donna e la consolò tutta; essa diceva:

— Il feritore è fuggito, e non lo piglieranno sicuro!

La donna prese i figli suoi, li trasse a sè e abbracciandoli stretti nascose la sua fra le loro testoline innocenti.

LXIV.

La Zoe, rimasta sola col principe ferito, s’accostò adunque a passi lenti verso di lui, circuendolo col suo sguardo pieno di maligno trionfo e di odio feroce.

Si fermò a un passo di distanza, si curvò innanzi verso il giacente che ansimava cogli occhi richiusi, e con voce esageratamente affettuosa e melliflua, che contrastava orribilmente colla malvagia espressione della fisonomia, domandò: