— Il vostro dovere, — interruppe la duchessa, fredda, pacata, ma non meno imperiosa, — è di ubbidire a questo primo ordine che vi dà la reggente del ducato di Parma a nome di suo figlio il duca Roberto.
Escono uno ad uno, e partendo gettano uno sguardo al duca, l’ultimo sguardo ch’egli ne riceverà, ed egli li accompagna con un’occhiata che è l’estremo addio che possa dare a quei suoi compagni di vizio, di dissolutezze, di prepotenze.
Rimasero soli il duca moribondo e la duchessa pallida, fredda, severa.
— Monsignore l’arcivescovo sarà qui a momenti, — disse la duchessa con accento impassibile: — pensate a Dio!
Il duca, che teneva gli occhi vitrei fissi sul volto della moglie, abbassò le palpebre.
— Volete voi dirmi qualche cosa in questi momenti solenni? — soggiunse col medesimo tono la principessa.
Egli scosse lievemente il capo e fece un piccol moto colla mano come per indicare che non poteva dir nulla.
Essa si avvicinò ancora un poco e soggiunse sommessa:
— Io vi perdono tutto, duca!... Possano tutti quelli che avete offeso perdonarvi del pari.
E s’allontanò, e uscì da quella camera, lenta, austera, solenne, come un’incarnazione della giustizia.