Carlo III Borbone, duca di Parma, giace sul suo letto riccamente incortinato nella sfarzosa camera del sontuoso appartamento entro il palazzo reale. È vivo ancora, ma lo direste morto, tanto è di color cereo, tanto è immobile la sua fisonomia, sì lieve è il rifiato che esce dalle sue assottigliate, sbiancate labbra semiaperte.

Nessuno conserva la menoma illusione sullo stato dell’infermo, nè anche lui; il medico ha affermato che può spirare da un momento all’altro, che certo fra un’ora quello non sarà più che un cadavere.

Il vescovo, risaputa la terribile notizia, ha subito mandato detto che si sarebbe affrettato a venire egli stesso a recare al principe gli ultimi conforti della religione, e lo si aspetta.

Intorno al letto stanno taciturni, colpiti, abbattuti, i soliti cortigiani, adulatori del principe sano, petulante, prepotente, beffeggiatore, fra cui primi l’Anviti e l’inglese W... È la loro fortuna, è la loro potenza che muore eziandio con quell’uomo di cui si sente appena il rifiato in quel letto.

Il pesante penoso silenzio che regna in quella camera è interrotto a un punto da un movimento che ha luogo nelle stanze vicine. È alcuno che s’avvicina: è una voce di donna dall’accento imperioso che impartisce comandi; nell’udire quella voce coloro che si trovano intorno al letto del duca si guardano con una espressione vaga di sospetto, di timore, di ansiosa aspettazione; il moribondo medesimo ha udito quella voce ed ha avuto nelle sopracciglia, nei lineamenti del viso, una leggiera contrazione. L’uscio si apre e si presenta una donna di bassa statura, grassa, dal viso grosso, pallida, con capelli biondicci, la bocca sdegnosa, una incontrastabile aria di severa e fiera autorità, un’espressione di superbo malanimo: la duchessa.

Tutti s’inchinano, tutti volgono a terra gli occhi quasi vergognosi e intimoriti. Ella fa scorrere su tutti uno sguardo altiero, sprezzante, imperioso, e si viene accostando lentamente al letto del marito moribondo.

Questi volge verso la duchessa le pupille già offuscate dal velo della morte vicina, e per un istante quelle pupille si animano e mandano uno sprazzo di luce, che incontra il freddo sguardo dei grigi occhi di lei. La principessa non si scuote menomamente, non un tratto della sua larga faccia borbonica si commuove; tranquilli i suoi occhi si sviano da quelli del morente e si posano freddi come acciaio sui cortigiani, ai quali essa parla in francese e coll’accento di chi oramai è e sa di essere padrona:

— Signori! Vi comando di lasciare questa camera.

S’inchinano umili, ma indugiano ad ubbidire, e sir Tommaso W...., più audace, risponde:

— Perdono Altezza: ma il nostro dovere....