Era il giovane suo vicino, al quale egli non aveva fin allora fatto la menoma attenzione.

— Scusi: — gli disse con una graziosa e vera gentilezza, sorridendo garbatamente: — Ella voltandosi in questo modo impedisce al duca di Parma e ai degni compagni che ha seco, là in quel palchetto al terz’ordine, di squadrarmi bene a tutt’agio coi loro cannocchiali, e a me di contraccambiarli col mio. È un piacere innocente che, se non l’incommoda, la prego di permettere che ci possiamo pigliare tornando alla positura ch’ella aveva prima.

La persona di quel giovane fu di subito simpaticissima ad Alfredo: era di piccola statura, ma ben fatto, ben proporzionato e di agili e spigliate movenze; aveva una testa intelligente, ben posta sulle spalle, con fisonomia piena di espressione, risoluta, gentile, allegra, schietta, un po’ spensierata, ma nobile e buona. L’aristocrazia del sangue che gli scorreva nelle vene si vedeva subito nella finezza e bianchezza della pelle che lasciava scorgere alle tempia la rete azzurrina delle vene, e nella piccolezza delle mani accuratamente inguantate.

— Come! — esclamò Alfredo, il quale pure si sentì un pochino sollevato, al sapere che l’ostile insolenza di quegli sguardi del principe e de’ suoi non era rivolta contro di lui.

— È lei che guardano a quel modo? Credevo d’essere io.

— No signore: — riprese allegramente quel giovane al quale era riuscita simpatica altresì la figura di Alfredo, — per questa volta è a me, proprio a me, che tocca tanta fortuna: e bisogna bene che me ne dimostri grato come si merita.

E postosi il cannocchiale agli occhi colle labbra atteggiate ad un sorriso pieno di fine ironia e di altezzoso disprezzo, stette fiso a guardare anche lui il duca ed i suoi.

I quali, all’espressioni dei volti, parvero furibondi per tanta temerità: furono fulminei addirittura gli sguardi del principe e del capitano austriaco; e siccome il giovane vicino d’Alfredo non se ne dava per inteso e seguitava a guardare con una placidità piena di scherno, il duca parlò animatamente all’Anviti, questi ripetè ancora più animatamente alcune parole all’ufficiale d’ordinanza, e l’ufficiale, facendo atti di collerica minaccia, uscì impetuosamente dal palchetto.

Evidentemente da quel Giove in miniatura del duca era partito il fulmine, portato da quell’aquila d’ufficiale. Il giovane della platea, incrociate le braccia al petto, gli occhi sempre fissi sul palchetto dove era il principe, stette tranquillamente ad aspettare lo scroscio.

X.