— Vede quel giovanotto biondo, pallido, che pare una ragazza, il quale sta appoggiato alla colonna?

— Sì, quello è il conte Alfredo di Camporolle, un nobile romagnolo, colui che era qui stesso in questo palchetto.

— È vero, che l’ho visto ad uscire. Ebbene quel mingherlino che si trova alla sinistra di lui, proprio fianco a fianco, con quei baffetti e quel pizzo di color castagno scuro, quello è Valneve.

— Benissimo. Riconosco un poco dei lineamenti del padre. Già è un uomo in piccola edizione. Vi arriva ai gomiti, a voi.

Il capitano austriaco tornò ad impettirsi superbamente.

— Simili campioni, noi li facciamo correre collo scudiscio.

E frattanto von Klernick, il principe, il colonnello Anviti e sir Tommaso avevano appuntati i cannocchiali in quella direzione e guardavano con una fissità e con certo sogghigno che sarebbero stati trovati oltraggiosi anche dal più pacifico e meno suscettivo degli uomini.

Il caso, che pare si compiaccia di legare e slegare le attinenze fra gli uomini, intrecciare e complicare gli interessi e le vicende della vita, aveva fatto che Alfredo, scendendo giù dalla sua loggia invasa in quel modo dal duca e dai suoi, venisse in platea a porsi proprio allato dell’ufficiale piemontese, il marchesino Ernesto Sangré di Valneve, rivale del capitano austriaco Rodolfo von Klernick nelle grazie della ballerina milanese, la Carlotta. Pensare che da questo semplice contatto, dall’incontro di quella sera dovevano in massima parte provenire fatti che avrebbero cotanto interessata, cambiata la sorte di quei due giovani!

E c’era mancato un attimo solamente che Alfredo si partisse addirittura dal teatro. Così aveva deciso di fare, ma passando innanzi alla porta che metteva in platea, non potè resistere al desiderio di dare ancora un’occhiata alla baronessa: era entrato, ne aveva ricevuto uno sguardo, e non s’era più mosso; appoggiatosi a una delle colonne del lato della porta stava là incantato, affascinato, oblioso di tutto il resto.

Eppure il rivolgersi di tutti quei cannocchiali dal suo palchetto, ora occupato dal principe, a guardare in quel luogo e la ostinazione con cui fissavano, riuscirono a farsi scorgere anche da lui. Alfredo non poteva indovinare che il bersaglio di tutti quegli sguardi era il giovane suo vicino, e credette di essere egli stesso; e siccome era evidente la beffa oltraggiosa di quei guardatori, egli si sentì rimescolare il sangue ed arrossì nella faccia come una fanciulla a cui si fa l’insulto di sconvenienti parole. Il primo suo impulso fu di sottrarsi a quella vergogna e fuggirsene; ma tosto poi si disse che ciò sarebbe da pusillanime, e, fattosi forza, si voltò di pieno verso quella loggia e sollevò il cannocchiale all’altezza dei suoi occhi per rispondere colla sua a quelle sguardate. Ma in quella si sentì toccare delicatamente sulla spalla e si volse indietro.