Von Klernick si drizzò bene sulle piante con tutta l’imponenza della sua grande statura, impettì bene il suo busto serrato nell’uniforme, si appoggiò alla sua durlindana e disse con disprezzo:

— Un omicciattolo meno alto di questa sciabola: un cosino che si dà delle arie... Begli ufficiali ha il Piemonte! Oh sì che con codesti burrattini il re Vittorio Emanuele vorrà far paura a mezzo mondo! Ah ah ah!

Rise grossolanamente.

— Ma è ricco, non è vero? — soggiunse il duca: — e i napoleoni d’oro lo fan guardare di buon occhio dalla ragazza.

— Ricco! Ricco!... Chi lo sa?... Dicono che sia pieno di debiti fin sopra i capelli.

— È cosa di buon genere.

— Eccolo laggiù in platea, presso l’entrata.

— Chi? Il vostro rivale! Sangré di Valneve?... Ho piacere di vederlo. Ho conosciuto il marchese che deve essere suo padre, un uomo rigido, presidente della Corte d’appello che allora si chiamava Senato: un uomo dotto, un dottorone, pieno di solennità, di legale e di morale, noioso come un discorso accademico... Non è in uniforme?

— No, Altezza.

— Ah! va bene. Non ha osato vestirla qui, l’uniforme piemontese, nella mia capitale. Qual è di tutte quelle giubbe nere laggiù?