— Da Torino! — ripetè con accento di malumore. — Scommetto che indovino. È qualcheduno che mi ha mandato mio padre per tentare di richiamare in casa quella certa ragione che è sempre a spasso. Ha detto il suo nome?

— Mi ha dato questo biglietto da rimetterle.

Il conte di Valneve prese in fretta dalle mani del cameriere il biglietto, ne aprì la busta, e in furia spiegato il foglietto, vi diede una rapida sguardata.

— Lui! — esclamò con un sogghigno in cui c’era stupore, dispetto e la solita allegria insieme. — Mi manda il buono! Possibile che mio padre e mia madre non conoscano ancora che cattivo soggetto è costui!... Ma già essi vivono in una sfera così superiore, in un mondo così diverso...

S’interruppe, e piegando trascuratamente il foglio per cacciarselo in tasca, domandò al cameriere:

— Dov’è costui?

— Qui nella camera vicina.

— Ah va bene!... Abbi pazienza un momentino, Camporolle. Mi sbarazzo in due parole di questo noioso... oh non ci perderò molto tempo, e poi andremo.

Alfredo fece un segno che voleva dire all’amico s’accomodasse pure a tutto suo talento.

Valneve uscì col cameriere, e dall’uscio rimasto aperto un momento venne fino all’orecchio del Camporolle la voce dell’uomo che era venuto in cerca d’Ernesto; la quale pronunziava chiaramente queste parole: