Alfredo, vinto sempre più da una calda simpatia per quel giovane, gli porse tutte e due le mani:
— Ma io sono qui disposto a far tutto quello che ti piace, e magari battermi io in tua vece...
— No: — interruppe Ernesto ridendo — questo non mi piace.
Trasse fuori dal taschino l’oriuolo e guardò l’ora.
— Appunto le undici, — soggiunse — il teatro finirà a momenti. È l’ora opportuna. L’elefante si recherà dalla ninfa. Ci dobbiamo essere anche noi. A Milano aspettavo che fosse lui a risentirsi delle mie punzecchiature; qui posso esser io a risentirmi subito subito, e le sue occhiataccie di questa sera mi bastano. Beviamo ancora un bicchiere di bordeaux e andiamo.
Sorsero in piedi ambedue, e il Sangré mescette nei bicchieri. In quella s’udì un picchio all’uscio.
— Avanti! — gridò la voce franca e squillante di Ernesto.
Entrò un cameriere.
— Scusi, signor conte, — disse rivolgendosi al Valneve, — c’è un signore arrivato adesso adesso da Torino che ha bisogno di parlarle e aggiunge subito subito per cose di gran premura.
Ernesto corrugò le sopracciglia.