— Sicuro! — soggiunse Ernesto. — E ce l’avevo messo anch’io oramai. S’era fatta una lotta in cui ciascuno credeva quasi impegnato il proprio onore a non restarci disotto. Io poi assolutamente voleva spuntarla, perchè quell’Oloferne d’un ulano tentava compromettere mia cugina, una delle più brave donne del mondo e moglie del mio più caro amico, perchè era grande e grosso come il cavallo di marmo di Torino, perchè era un ufficiale austriaco e perchè mi era antipatico in sommo grado. Conclusione: stracciai in minutissimi pezzi l’eloquenza scritta del gigante teutonico e dissi alla donzella disperata e che quasi minacciava saltarmi agli occhi colle unghie: «Sta quieta: quel pitocco d’un megaterio....» (la poverina non sapeva nella sua innocenza che cosa fosse un megaterio; le spiegai per amore dell’esattezza che gli era un animale tardigrado antidiluviano grosso come una cattedrale).... «quel pitocco d’un megaterio non ti offre che cinque mila lire per restare? Ebbene, io te ne do sette mila per partire.»
— E glie le hai date? — domandò Alfredo.
E l’ufficiale piemontese, con un leggero sospiro che forse ricordava le difficoltà provate per procurarsi quella somma:
— Sicuro! Non sono stato colle mani alla cintola e il domani stesso le mettevo sulla sua tavoletta un sacchetto pieno di napoleoni d’oro.
— Corbezzoli! — disse il conte di Camporolle: — io t’ammiro. Tu fai cotanto per quella donna che probabilmente non ne vale la pena.
— Oh no! non ne vale davvero la pena...
— Senza sentir nulla per lei... solamente per un puntiglio!... Che cosa faresti se tu avessi nel cuore una grande, una forte passione?...
Era sul punto d’aggiungere: «come ho io»; ma si trattenne a tempo, pensando che quella donna misteriosa non gli avrebbe forse perdonato di confidare quel segreto neppure ad un amico di anni ed anni, figurarsi poi ad un amico di poche ore.
Il conte di Valneve rise in un cotal suo modo pieno di spensieratezza e di garbo.
— Eh! non ne so nulla io stesso, — rispose. — Io sono un originale, umor bizzarro, che forse pratico il meno di quanti mai uomini sono e furono il saggio precetto di Socrate di conoscere sè stessi. Per una follìa sono capace d’un miracolo, per una passione seria chi sa?... E anzitutto dubito perfino s’io sia capace di una passione seria. Mio padre, al quale, poveretto, ho già dato tanti dispiaceri, — mandò un altro sospiro in cui si sentiva un verace e sincero rincrescimento — mio padre mi dice sempre che ho un cervello bislacco, un cuore che non è cattivo, ma si lascia pigliare da chi vuole, e una ragione la quale, non già che manchi, ma è sempre a spasso, il che torna lo stesso come se non ci fosse. E ora tu mi puoi conoscere come i miei compagni d’Accademia e i camerati di reggimento, e puoi decidere con apprezzamento più giusto se fai bene o fai male ad assistermi nel mio duello con quel cetaceo terrestre.