S’interruppe e soggiunse con un po’ più di serietà:
— E pensare che questi sono principi, che sono regnanti, val quanto dire debbono rappresentare ed essere tutto ciò che v’ha di più nobile, di più eletto, di più valoroso, di più generoso nel mondo. È cosa da far dar nei lumi! E poi c’è che si stupisce che la monarchia scapiti ogni giorno più!... Basta, non ficchiamoci a filosofare... Come puoi facilmente capire, non è la prima volta che barattiamo di queste occhiataccie io e quel mastodonte d’ulano austriaco che si chiama von Klernick. Ci siamo incontrati a Milano dove io ho l’abitudine di passare ogni anno una parte del carnevale in casa di certi parenti che ci ho. Fu alla Scala che l’ho visto la prima volta; già era destino che la nostra attinenza dovesse essere qualche cosa di teatrale, e per isciogliersi degnamente avrà da finire in tragedia. Quell’elefante ha trovato modo di farsi presentare alla marchesa Respetti-Landeri, che è la moglie di quel mio lontano cugino presso cui abitavo, che io riguardo quasi come un fratello, perchè oltre ad essere il miglior uomo di questo mondo, suo padre era il più grande amico del mio, ed egli è appunto figlioccio di mio padre e si chiama Ernesto come mi chiamo io, e come da chi sa quante generazioni si chiamano tutti i primogeniti dei Valneve... Ciò sia detto fra parentesi... La marchesa Sofia, la moglie di mio cugino, è una donna graziosissima, bellina, di spirito, il meno civetta che possa esserlo una signora, ricca, di venticinque anni, e che non ha nemmeno l’occupazione d’un bambino da allevare: avevo già sentito a dire che c’era un torrione d’ufficiale austriaco che le faceva la corte e ciò mi indispettiva per lei, pel mio amico e cugino, e per me stesso, che, a dirti la verità, non posso vedere le monture austriache. Non l’avevo ancora mai visto, quando una sera, come ti dicevo, alla Scala, mentre ero nel palchetto della marchesa Sofia, vedo venire a stringerle la mano e sedersele presso quella balena di tedesco. Fatta la presentazione, ci guardammo come un cagnaccio e un gattino. Tu sai che un gatto, per quanto piccolo, se è di buona razza, non si lascia impaurire da un cane per quanto grosso. Della freddezza che si usava verso di lui, quel colosso non se ne dava per inteso: mi destava un’irritazione che, se non fosse stata presente la marchesa, avrebbe corso rischio di farmi commettere perfino qualche inciviltà. Il sopraggiungere di nuove visite obbligò me a uscire dal palchetto, e lasciai là dentro quel Golia a fare il grazioso col garbo d’un orso. Incontrai parecchi giovinotti milanesi che, discretamente, ma francamente, mi toccarono della cattiva impressione che faceva nella società milanese il vedere così frequentemente intorno alla marchesa Respetti, piemontese, moglie d’un piemontese, quell’uniforme turchina del von Klernick. Stavo studiando meco stesso un modo di pigliarmela con quel campanile d’ulano, senza che ne avessero ad essere compromessi nè mio cugino, nè sua moglie, nè la delicata condizione in cui mi trovavo nella mia qualità di ufficiale piemontese, quando, fra le tante vane ciarle che si tengono dai giovani sfaccendati, udii far cenno d’una passione che il medesimo rinoceronte al servizio dell’imperatore d’Austria nutriva per una delle prime ballerine, la Carlotta.
— Quella che è venuta ora qui a Parma, e che ha esordito questa sera? — domandò Alfredo che ascoltava con simpatico interesse il racconto del suo nuovo amico.
— Appunto... Quella ragazza io l’aveva conosciuta... abbastanza intimamente, quando era venata a ballare a Torino e... non me ne fo un merito.... avevo acquistato su di lei un certo influsso, un certo ascendente, come si suol dire, che ero riuscito più volte a far prevalere ai suoi capricci... chè la n’è impastata, quella creatura... le mie bizzarrie, che pure non sono poche nè ordinarie. Fino a quel momento non m’era nè anco venuto in capo di andarla a vedere, chè, a dir la verità, l’impressione lasciatami dalla sua frequentazione d’un mese non era tale da suscitarmi un vivissimo desiderio di rinnovarla: ma appena sentii che quel Montebianco d’alemanno n’era invaghito, mi venne una matta voglia di portargliela via di sotto ai baffi. Quella stessa sera andai ad aspettarla alla porticina per cui doveva uscire dal teatro, finito il ballo. Ella venne saltellando fuor dell’uscio, per islanciarsi nella carrozza che stava lì davanti a lei già collo sportello aperto. Io m’avanzai da una parte chiamandola per nome: «Carlotta!» Dall’altra, camminando col suo passo pesante, si presentò quel bufalo d’un ulano. Ella stette sospesa con un piede giù dal predellino, una mano in aria, quel suo nasino volto in su, palpitante di curiosità e di voglia di ridere. Io non perdetti un minuto di tempo, e le dissi nel mio piemontese che ella capisce perfettamente: «Ora io salgo in carrozza con te e t’accompagno a casa; se non mi vuoi, tu non hai che da gettare una parola, uno sguardo, un saluto a quello spaventapasseri di tedesco; io faccio dietro-front, e non mi vedi più.» La Carlotta fece una gran risata, saltò nel legno gridandomi: «vieni» senza dir nemmanco «va al diavolo» all’ulano; io mi slanciai al fianco di lei nella carrozza, rinchiusi lo sportello, e via al trotto delle rozze pagate dall’impresario, mentre l’austriaco, rimasto con tanto di naso, ci mandava dietro un zum Teufel colossale come la sua persona.
XII.
Ernesto di Valneve riempiè i bicchieri di bordeaux, riaccese il suo sigaro d’avana che si era spento e domandò al suo compagno con quel suo simpatico sorriso:
— Il mio racconto comincia ad annoiarti?
— No, tutt’altro: — rispose con calore Alfredo: — mi diverte assaissimo invece.
— E allora continuo. Il mio disegno era che quel pezzo da sessanta, indispettito meco, venisse ad insultarmi e si prendesse lui tutt’insieme l’iniziativa, il torto e la responsabilità della contesa e del duello che le avrebbe dovuto tenere dietro; ma quel Sancarlone di ciccia pare che sia tanto paziente quanto è grande e grosso: si contentava di guardarmi con quei suoi occhiacci da uccello notturno e non mostrava neppure di accorgersi ch’io gli volgevo le spalle per non salutarlo, quando lo vedevo ad arrivare. Ostentai di mostrarmi al Corso in carrozza e al teatro Re in palchetto colla Carlotta, di cui, a dire il vero, non mi importava un cavolo; e ne ricevetti i rimproveri dal mio buon cugino Ernesto. Tutto inutilmente! Presi la Carlotta a quattr’occhi. «Tu scellerata, le dissi, ricevi ancora von Klernick?» — «Oh tanto poco!» rispose lei: «quando tu non puoi venire.» — «Per quanto sia poco, è sempre troppo!» gridai io fingendo di montare in collera: «e se non gli chiudi proprio per sempre su quel mascherone da fontana l’uscio del tuo quartiere, io non mi lascio più vedere da te nè cotto nè crudo.» L’ingenua creatura si mise a piangere. «Ogni qual volta egli viene,» esclamò nel candore della sua innocenza, «mi porta sempre un regalo di valore.» — «Ah! non voglio che tu ci abbia da perdere,» soggiunsi io ridendo: «e a ogni mia visita saranno due i regali che mi farò premura d’offrirti.» Le lagrime cessarono e il mastodonte alemanno rimase alla porta. Le cose non potevano andare in lunga di quel modo; e sai tu il bel modo che ha trovato nella sua grossezza quel toro di Falaride? Il medesimo che ora si vuole applicare qui dal governo del duca: mi si mandò a chiamare da Santa Margherita e mi si fissarono cinque giorni per partire e tornarmene in Piemonte. Fui sul punto di dare un calcio a tutta la prudenza e di fare una scenata a quella caricatura del Colosso di Rodi; ma per fortuna venne il caso a favorirmi. La prima ballerina di questo teatro di Parma, come sai, cadde ammalata, e per sostituirla si pensò di chiamare la Carlotta, la quale ci ha dei parenti in questo paese. Io era sicuro che se la ragazza fosse venuta qui, quel cammello di von Klernick le sarebbe corso dietro; qui, lungi da Milano, non ci sarebbe più stato pericolo che venisse frantesa la causa di una disputa fra lui e me e che nessuno fosse compromesso, e avrei potuto finalmente esser io a coronare l’opera, obbligando quel pilastro a uscire dalla sua prudente passività, anche con un diretto insulto: epperciò istigai vivamente la Carlotta ad accettare. La lasciai, come fosse questa sera, decisa di venire, e il domani mattina la trovai melanconica, perplessa, agitata, d’un umore insopportabile. Insistetti per sapere che cosa fosse avvenuto, e la cara innocentina mi porse con atto da grande attrice, senza pure una parola, un bigliettino di calligrafia germanica, scritto in un italiano più germanico ancora, in cui quel colosso d’uomo le annunziava la generosa idea che gli era saltata in mente di pagarle la somma di cinquemila lire se ella aveva l’eroismo di resistere alle seduzioni dell’impresario di Parma e rimanere a Milano.
— Per bacco! — esclamò Alfredo. — Ci metteva proprio un gran puntiglio nella gara!