Giunsero alla locanda dove era alloggiato il conte di Valneve, e questi ordinò si portasse loro da cena nella propria camera. Non c’è nulla che accomuni di più due giovani della medesima condizione, delle medesime abitudini, i quali sieno già l’uno all’altro simpatici, che un pasto di questa fatta fronte a fronte, in tutta libertà, con buone vivande e vini squisiti. Alle frutta i due conti erano amici e si davano del tu; e fu allora che, fatto allontanare i camerieri, con alcune bottiglie di bordeaux ancora sulla tavola, un allegro fuoco acceso nel caminetto, un eccellente sigaro ambedue i commensali fra le labbra, il piemontese cominciò il discorso che gli stava a cuore.

— Per confessarti subito tutta la verità, caro Alfredo, — così disse Ernesto di Valneve, — l’avventura a cui ti prego d’assistermi bisogna che finisca con un duello.

— Un duello serio? — domandò Alfredo, il quale, abilissimo nella scherma e nel maneggio d’ogni arma, chè questo era pure stato un elemento della sua educazione a cui avevano posto molta cura i suoi istitutori, pure non s’era mai trovato in simil caso, e provava una certa impressione.

— Spero di sì: — rispose sempre con quella sua allegra tranquillità il piemontese. — In fatto di duelli, eccoti la mia opinione, che ti raccomando: evitarli per le bazzecole, ritenerli ridicoli per le minchionerie, e farli sul serio quando ve ne sia un motivo reale e non si possa ottenere un’altra soddisfacente soluzione.

— Mi rincresce pel pericolo a cui vai incontro, — disse Alfredo, — ma confido pure che la tua abilità e il tuo coraggio...

— Evvia! — interruppe allegramente a suo modo Ernesto: — il pericolo ed io ce la diciamo abbastanza bene. Già lo saprai che la fortuna in queste cose assiste i capi scarichi, gli sventati. Ora io ho la mortificazione di doverti dichiarare che sono uno sventato, un capo scarico di prima classe... E poi, e poi... che cosa t’ho a dire?... non mi è ancora capitato di dover sentir paura per nulla e per nessuno: figuriamoci se avrò da provarne per quel gran pagnottone bianco dai baffi tirati e fatti a lesina che pare un bue vestito da ufficiale austriaco!

— Ah! — esclamò Camporolle: — il tuo avversario del duello sarà dunque quel colossale capitano d’Ulani che era questa sera col duca...

— E che mi guardava... insieme con quel carissimo duchino... tanto insolentemente.

— Ed è per codeste sguardate?...

— Che non ti pare le bastino, quando chi ce le manda ha un muso come quello e una montura d’austriaco?... Corpo di bacco! vorrei poter tirare sul terreno anche quella faccia impertinente del signor duca e mostrare anche a lui un tantino d’educazione!...