— La Zoe sarà contenta: — mormorò fra sè, e si mise con tutta attenzione ad esaminare un monte di carte che aveva dinanzi.
XI.
Ernesto di Valneve, uscito dall’uffizio di Polizia a braccetto con Alfredo di Camporolle, quando furono un poco allontanati dal portone innanzi a cui passeggiava la sentinella, disse al suo compagno:
— È per lei un sacrifizio il non tornar più a teatro?
— Niente affatto, — rispose Alfredo. — Anzi volevo già partirmene.
— Sarei indiscreto, la torrei a qualche occupazione o ritrovo, se la pregassi di favorirmi della sua compagnia per un’ora o due questa sera?
— Niente affatto, — rispose con cordiale sollecitudine Alfredo: — anzi le dirò che mi rende un vero e gradito servizio. Io aveva appunto da studiare il modo di occupare il mio tempo sino all’una dopo la mezzanotte.
— Ebbene, allora cominciamo per far quello che abbiamo detto a quel gufo di Direttore della Polizia: andiamo a cena; là, e forse soltanto là, potremo discorrere un po’ liberamente. Vede quelle ombre che rasentano il muro laggiù? Sono spie che il Direttore di Polizia ci ha messo alle costole per sapere i nostri fatti e i nostri discorsi, e io ho gran bisogno di tenere celati a lui e ai pari suoi gli uni e gli altri... Non già, — soggiunse vivamente con una uscita di franco buon umore, — ch’io voglia commettere qualche delitto... ma qualche cosa voglio fare, per cui ho bisogno anche della complicità di qualcheduno.
— Eccomi a Lei, se io le posso servire: — disse Alfredo.
— Sicuro! Ed è proprio la mia buona sorte che mi fece incontrare così gentile e simpatica persona.