Pigliò il suo pastrano che era colà gettato sopra un sofà e fece per vestirlo; Matteo accorse umilmente ad aiutarnelo, come avrebbe potuto fare il più rispettoso dei domestici; e il conte Ernesto tollerò quell’atto servile senza neanche mostrare d’accorgersene: ma quando fu vestito e già col cappello in testa, Sangré di Valneve, toccatosi nelle tasche del vestito e del pastrano, esclamò:
— O che testa! Facevo la solenne corbelleria d’uscire senza l’astuccio dei sigari.... E non voglio mica andarne a comperare di que’ parmensi!
Corse di nuovo nell’altra stanza a cercare e prendere il portasigari. Matteo colse questo tempo; guizzò lesto presso Alfredo e nell’atto di aiutare anche lui a calzare il pastrano gli susurrò all’orecchio:
— Non mostri di conoscermi.... Non domandi neppure di me.... La prego.... Domani mattina sarò da lei.... Son venuto apposta per vederla, per parlarle... Le spiegherò tutto... Zitto!.... È qui il conte.
E con un’agilità di cui non lo si sarebbe creduto capace, in un balzo fu all’altro capo della stanza, prima che Ernesto, il quale apriva il battente dell’uscio, fosse entrato.
L’ufficiale piemontese non fece più la menoma attenzione a Matteo; prese amichevolmente il braccio di Alfredo, e, traendolo seco, si avviò dicendo col suo solito piglio scherzoso:
— Andiamo alla pesca di quella balena... di acqua dolce.
Nell’anticamera trovò un cameriere.
— Andate a spegnere i lumi nel mio quartierino, — gli disse, — e chiudete per bene. Naturalmente, metterete fuori quell’uomo che ci si trova.
I due giovani, tenendosi così a braccetto, uscirono dalla locanda e camminarono un poco in silenzio, preoccupati ambedue. La venuta di quell’uomo, per ragioni diverse, aveva turbato l’uno e l’altro.