L’austriaco fece un sogghigno che voleva essere di scherno, ma che rivelava una irritazione niente affatto tranquilla.
— Ebbene, — continuava di Valneve, — faccio un passo e sono subito in Piemonte, come desidera la buona Polizia del duca e come converrà molto anche a me. Se invece il signor von Klernick avrà il sopravvento, cosa che mi pare difficile, egli potrà a sua volta o tornare a Parma dove non sarà certo inquietato, ma esaltato come un eroe, o andarsene a Milano, dove non sarà accolto meno bene, quantunque non abbia ottenuto quel certo permesso di battersi, di cui si parlava poc’anzi. Va bene così?
— Va bene: — grugnì l’avversario: — non c’è più da stabilire che le armi... e queste le scelgo io.
— Perdoni! — interruppe con tutta gentilezza il conte Sangré: — la scelta spetta a me. Sono io che da un mese in qua la S. V. fa di tutto per insultare.
— Io? — esclamò l’austriaco rotando i suoi occhi chiari.
— Sono io che ora, qui stesso, ho ricevuto una grossolana minaccia da vossignoria, che ha dimenticato, come pare non le accada tanto di raro, ogni precetto di buona educazione...
— Der Teufel! — gridò von Klernick, venendo di nuovo scarlatto in volto.
— È dunque mio diritto scegliere l’arma; e scelgo la spada... anzi, per far meglio, due fioretti appuntati, che sono lo strumento più agile, più sicuro, più bellino, più quieto per passarsi fuor fuori due individui che abbiano una matta voglia di mandarsi reciprocamente nel mondo di là.
— No signore: — gridò l’austriaco sempre più rosso e facendo girare sempre più convulsamente quei suoi occhi da gufo; — no signore, non accetto... Non già che io mi dia pensiero di battermi più con questa che con quell’arma... Con qualunque son capace di dare a chicchessia la lezione che si merita.
— Vedremo all’opera il signor professore: — disse ironicamente il piemontese, con un leggero inchino.