— È un proposito pericoloso, — rispose Pietro; — ma, se Lei vuole, io non rifiuto d’accompagnarla.

In quel momento il duca, che si trovava un po’ vicino al luogo dove erano i tre giovani, fu udito ridere sguaiatamente.

— È un riso il suo che urta i nervi, non è vero? — riprese il parmigiano. — A me, ogni volta che l’odo, mi fa l’effetto d’una sega che mi passi sulle ossa... Andiamo pure, signor conte.

— Buona notte, Camporolle: — disse Ernesto ad Alfredo: — ti lasciamo libero per le tue avventure particolari; e noi, che non ne abbiamo nessuna di nostra, andiamo a scoprire quelle del duca. Domattina, poi...

— Sta tranquillo: — interruppe Alfredo. — Sarò esatto al ritrovo.

Si separarono. Ernesto e Pietro con molta cautela seguirono alla lontana la piccola schiera di cui faceva parte il duca; Alfredo fu sollecito a casa sua.

Non v’era ancora nessuno, ma appena il giovane ebbe fatti due o tre giri innanzi al portone del palazzo, mentre suonava l’ora ad un campanile vicino, comparve un uomo, misteriosamente avvolto in un mantello e camminò dritto, risoluto verso il Camporolle, che s’era fermato. Quest’uomo squadrò ben bene il giovane, e, assicuratosi così dell’identità della persona, gli disse:

— Signor conte, la persona che Lei sa, l’aspetta.

— Quando?

— Subito.