— Zitti!... Facciamoci in qua... Guardino, ma non un movimento, non una voce, non un rumore!
Si trasse dove l’ombra era più densa e additò loro in una delle strade dei crocicchio, a un punto dove batteva il chiarore d’un lampione, alcune ombre che camminavano rapidamente.
Veniva prima un uomo che volgeva il capo di qua e di là come per esaminare con attenzione i luoghi; poi, alla distanza di dieci passi, due che andavano a pari e finalmente dietro di questi due, alla distanza d’un’altra decina di passi, un’altr’uomo che si vedeva tenere gli occhi attentamente fissi sui due che aveva davanti.
— Ecco il duca che va a qualche spedizione: — susurrò il Carra nell’orecchio dei due giovani.
— Il duca! — esclamarono Alfredo ed Ernesto.
— Sì... Il primo è un poliziotto esploratore; dei due che vengono dopo, quello alla destra è il duca: l’altro è quello scellerato del conte Anviti; dietro loro viene uno dei più fidi e dei più coraggiosi e de’ più forti gendarmi, travestito.
— E dove andrà? — chiese il Valneve.
— Facile a indovinarsi: — rispose amaramente il sellaio. — Ad infamare qualcuna delle nostre famiglie.
Alfredo si ricordò allora d’un indirizzo che aveva inteso dare al duca nel teatro e delle parole dal duca medesimo dette all’Anviti; ma non credette opportuno di comunicar nulla di questo ai suoi compagni.
— Per bacco! Sarei curioso di vedere dove si va a cacciare, — disse Ernesto. — Se lo seguitassimo?