— Se vuole.
— Vuol dire che mi aspetta?
— Che ho da rispondere? Ripeto quello che mi è stato ordinato di dirle.
Il giovane in un momento pensò una infinità di cose. Il duca di Parma aveva cercato un indirizzo e quando questo gli era stato detto s’era proposto di andare nella stessa notte in quel luogo col colonnello Anviti. L’indirizzo era esattamente quello che la baronessa mandava a lui di sè stessa: e pochi minuti prima egli medesimo aveva visto il duca coll’Anviti in istrada camminare precisamente nella direzione di quel quartiere. Alfredo ricordò allora parecchie parole del principe, le quali già lo avevano irritato senza ch’egli sapesse bene a chi le dovessero applicarsi e che ora capiva come alludessero a quella donna; fu certo che per colei solamente il duca era venuto nel palchetto dove egli era; si disse che in quel momento appunto il principe — forse.... certo.... trovavasi in casa di lei... Una vampa di sangue gli salì al cervello. Ed egli ci andrebbe? E perchè no? Un soffio di ragione venne a suggerirgli un pensiero che da una parte calmò il suo furore e sollevò il suo animo. Se quella donna medesima lo mandava a chiamare, era pur segno evidente che la non aspettava il principe, che non lo voleva. Questi adunque andava da lei certo inatteso, certo eziandio sgradito e respinto. O Dio! e s’egli, scellerato tirannucolo, prepotente come era, ricorresse alle minaccie, alle violenze?... Alfredo sentì in sè a un tratto l’anima d’un paladino per difendere la bellezza perseguitata e l’innocenza oppressa. Si volse al messo di lei e con accento vibrato:
— Voi siete di Parma?
— Sì signore.
— Sapete bene la via più corta per giungere a quel luogo?
— Eh sicuro.
— Guidatemi... Corriamo... Più presto saremo colà e maggiore avrete la mancia.
— Venga.