Guido in quel momento bramava andare al paesello; diceva quel soggiorno essere più giovevole alla madre; egli stesso aver bisogno di riposo e di quiete.

“Vivremo colà alcun tempo, solo da noi e per noi!” esclamava con calore.

La madre, al contrario, sosteneva che Guido colà presto si sarebbe annoiato, che avrebbe negletto l'arte sua; e ciò non doveva fare a nessun costo; affermava che a lei la più giovevol cosa di questo mondo era star presso suo figlio in qualunque luogo poi si fosse; che quindi Guido aveva da ripigliare senz'altro quella sua vita cittadinesca cui erasi assuefatto prima di partire.

Anna fece appello al giudizio di Maria, la quale, seduta al suo lavoro presso la finestra, non aveva pronunziato ancora una parola e non mostrava aver prestato la menoma attenzione al discorso.

Maria sollevò lentamente la testa, e guardando il cugino con quella medesima espressione con cui guardava il panno che stava cucendo, disse coll'accento d'un umile personaggio che proclama, per mandato d'un'autorità superiore, una sentenza inappellabile:

“Tu, Guido, ti devi a tua madre, è vero; ma all'arte tua eziandio. Al villaggio quest'ultima sarebbe da te abbandonata; ed a tua madre, l'hai sentito, basta per esser lieta, il viver teco.”

Anna si volse in aria di trionfo a suo figlio.

“Vedi che avevo ragione!”

Guido lanciò uno sguardo di fuoco sulla cugina, la quale, senza scomporsi altrimenti, richinava la testa sul suo lavoro con una graziosa curva di collo; e non ribattè parola.

Maria aveva parlato; la lite era finita. Si rimase a Torino.