— Domani, — disse a sè stesso Atanasio, la sera, partendosi da Lucietta e corrispondendo con uno strano sguardo al gentile saluto ch'ella gli fece, mentre la si ritirava nelle sue stanze col suo bambinello in braccio: — domani tutto sarà finito. —

Girò per la campagna fino ad ora tarda con Azor dietro. Dopo mezzanotte arrivò all'osteria e si diede a picchiare furiosamente. Apertogli, entrò con passo concitato e comandò, secondo il solito, gli si recasse nell'usata stanzetta una mezza dozzina di bottiglie, tabacco, lume, e lo si lasciasse solo. Si chiuse dentro egli col suo cane. Nella sua testa, quella notte dovette avvenire una tempesta più terribile di quella che ci racconta Vittor Hugo aver tormentato il cervello di Jean Valjean nel più bello dei capitoli dei Miserabili. Al mattino uscì come le altre volte, ma si portò seco una bottiglia intiera di cognac.

Lavorò tutto il giorno, come se nulla fosse; Pietro doveva arrivare alla sera ed avrebbe trovato tutto disposto secondo i suoi ordini. Il metallo era in fusione nei forni e cominciava a gittar zampilli di fuoco da qualche commessura, come se impaziente di prorompere e precipitarsi nelle bocche appostate entro le escavazioni inferiori. Un calore d'inferno emanava da quel focolare incandescente, in cui il ferro era liquido come l'acqua. Atanasio esaminò tutto per bene, diede le ultime disposizioni; poi, venuto il momento di cessare i lavori, dato un fischio ad Azor che si teneva prudentemente lontano da quell'inferno, si diresse a passi lenti verso casa sua. Erano le sei; il treno di ferrovia per cui doveva giungere il padrone non arrivava che alle dieci, tutti gli operai erano chiamati per quell'ora, affine di riceverne gli ordini. Atanasio aveva quattro ore innanzi a sè.

Si recò a casa sua, e si vestì cogli abiti da festa. Canterellava fra sè co' denti stretti; ma doveva avere sulle sembianze la traccia dell'interno turbamento, perchè Azor sedutosi in un angolo della stanza lo guardava fiso in modo inquieto, con que' suoi occhi pieni d'intelligenza seguitandolo in ogni movimento.

Tratto tratto Atanasio si fermava, pensava, rifletteva come uomo che fa per ricordarsi qualche cosa, e poi, dato di piglio alla bottiglia del cognac ne tracannava giù due o tre sorsi abbondanti. Quando fu vestito come gli pareva meglio, diede un'ultima sorsata e maggiore delle altre al liquore, si mise la bottiglia in tasca e fece per uscire. Azor, solito ad accompagnarlo sempre, si alzò sollecito e corse alla porta per seguirlo.

— No, carino! — gli gridò l'operaio con istrano accento: — quest'oggi non si può: devi rimanere. —

Il cane non volle subito tirarsi indietro: il padrone impaziente gli diede un calcio che lo mandò a guaire sotto il letto; Atanasio era già fuor dell'uscio, quando si pentì del suo brutto tiro e tornò indietro.

— Azor! — chiamò con voce amorevole; e il cane venne strascinandosi colla pancia a terra, tutto umile, al suo cenno.

Atanasio lo prese fra le braccia e lo baciò.

— Chi sa se ti rivedrò ancora! — disse. — Sta' costì mio buon Azor, e Dio te la mandi buona. —