— Questi Racconti furono scritti in varie epoche, ma però l'inspirazione, come quella di quasi tutti i miei poveri lavori, mi pare la medesima. Io non farò come quel pittore che sotto al suo dipinto scrisse coscienziosamente: «Questo è san Rocco e questo è il cane;» ancorchè voi siate per dirmi che l'opera mia abbisogna di tale ingenuità di dichiarazione. Se il pensiero che ho creduto metterci è abbastanza bene espresso da comparire, se è tale che meriti d'esser notato, spetterà al lettore lo scorgerlo e lo sceverarlo; se non ha tanto pregio da ciò, non servirà a nulla ogni mia chiacchierata in proposito.

— In conclusione, voi non volete dirmi che cosa avete voluto provare.

— Non ho voluto provare nulla, nulla, nulla. Tentai dilettar alcun poco i lettori; se non ho ottenuto che di seccarli, prego da loro un generoso compatimento, e si persuadano che neanch'io, «non l'ho fatto apposta;» se poi in alcun grado sono riuscito nel mio intento, domando loro per compenso che mi vogliano un po' di bene.

IL CANE DEL CIECO RACCONTO.

I.

Era un brutto cane davvero; d'una razza così mista che i più abili genealogisti ci avrebbero perduta la bussola a volerne rintracciare l'origine in mezzo alla licenza disordinata degl'incrociamenti. Troppo basso delle gambe anteriori, troppo alto di quelle posteriori, con un naso appuntato, su cui pochi peli irti, con un pelame sempre sporco, scarno da far compassione, e un ugiolare così fastidioso che metteva ribrezzo e paura. Ma nella parte superiore di quel muso inqualificabile, sotto due ciuffi di peli di colore indefinibile, la povera bestia aveva due occhi, che, quando fissavano i vostri, vi facevano stranamente pensare. Avevano, quegli occhi straordinari, un'espressione d'intelligenza, di mestizia, di rassegnazione: vi parevano rivelare — sissignori, anche in un povero e brutto cane, — una vita tutta di dolori. Non so se abbiate osservato mai che gli occhi di questo animale, adoratore dell'uomo, ridono talvolta, mentre la coda si dimena festosamente. Ebbene, gli occhi di questo disgraziato di cui vi parlo, non ridevano mai, come non si dimenava mai con allegro moto quel mozzicone corroso che gli faceva da coda.

Atanasio, il cieco pezzente che era suo padrone, sedeva spesso sullo scalino della porticina della chiesa, di fianco, dalla parte in cui nel pomeriggio c'era l'ombra, in faccia ai due olmi vecchi che, susurrando colle loro frondi sopra la fontana che sta loro in mezzo, accompagnano pianamente il susurrio dello zampillo. Colà, deposto al suo lato il lungo bastone con cui picchiava per terra, camminando, egli poneva i gomiti che uscivan fuori dalle maniche sbranate, sugli stracci che facevano da pantaloni alle ginocchia, stringeva in mezzo a due manaccie grosse, ossee, ruvide, nere, villose, una barbaccia mezzo bianca, disordinata, irta, ed appuntato il suo naso lungo e acuto, fissava innanzi a sè in grave attenzione lo sguardo di due occhi dalle pupille bianche che non vedevano e che facevano pena a vederli.

Azor — il cieco chiamava quel mostricino a quattro gambe con questo classico nome canino — Azor si sedeva gravemente su quel mozzicone di coda, e tenendo serrata fra i denti serio serio una ciotola logora di legno, guardava del pari. Fra il padrone ed il cane anche un osservatore superficiale poteva accorgersi d'una bizzarra rassomiglianza. Avreste detto che il modo con cui si atteggiava il cane imitava quello dell'uomo; e che il naso di quest'ultimo s'appuntava in là per far la copia al muso del cane.

Stavano così delle lunghe, lunghe ore, aspettando che in quella ciotola venisse a cadere un soldo; avvenimento che capitava di rado. Qualche volta parlavano insieme: dico parlavano, perchè l'uomo faceva al cane una filza di discorsi, ricchi di molta filosofia pratica, e la bestia rispondeva con dei suoni sommessi, fra quelle sue mascelle scarne, che parevano grugniti. Una volta al giorno, il cieco scioglieva il nodo che attaccava al collare del cane la cordicella che, per l'altro capo, egli teneva sempre in mano, e diceva col tono di chi fa una generosa larghezza ad un subordinato:

— Orsù, vanne Azor, sei in libertà: ma bada veh! non più d'una mezz'ora! —